L’ipocondria ai tempi di google

google27 giugno 2014 – Se davanti a malanni e disturbi vari la prima reazione non è rivolgervi al vostro medico o a qualche specialista, bensì prendere il tablet e googlare i sintomi, probabilmente siete cybercondriaci. Di questo non dovete però in nessun modo preoccuparvi: la cybercondria, termine coniato alla fine degli anni Novanta, consiste nel dare “libero sfogo” alla propria ipocondria sulla rete. Insomma, nell’era digitale anche questa sindrome ha la sua evoluzione 2.0.

Chiedere aiuto a un motore di ricerca o a un sito specializzato può dare risposte veloci, immediate, ma non è detto che queste corrispondano alla reale causa dei nostri problemi e quindi anche le soluzioni proposte potrebbero essere fuorvianti.
Avere certezza delle fonti e dell’affidabilità delle informazioni sulla rete è un problema di difficile soluzione; se poi il tema trattato è la salute, tutto diventa ancora più delicato.
Non è un caso se proprio in questi giorni la Società Italiana di Pediatria ha lanciato un vero e proprio allarme per quanto riguarda il morbillo e soprattutto il vaccino trivalente MPR (morbillo – parotite – rosolia): i pediatri italiani, durante i lavori del loro ultimo congresso, rilevano come si sia tornati indietro di 15 anni nella lotta a questa malattia e la causa di questo arretramento sarebbe proprio la cattiva informazione presente su internet.
Nel caso specifico, tutto nasce nel 1998, in seguito ad una ricerca condotta da un gastroenterologo inglese, Andrew Wakefield, che insieme ad altri undici colleghi sosteneva che il vaccino MPR potesse essere causa di autismo. Wakefield è stato condannato ed espulso dall’ordine dei medici britannici il 28 gennaio 2010, proprio per aver falsificato quella ricerca (e per una trentina di altri capi d’accusa), ma la sua eco risuona ancora sulla rete: una falsa informazione, creata dall’autore con dolo, divenuta virale e causa potenziale di effetti negativi, particolarmente gravi poiché riguardano la salute dei più piccoli.
Ma, come in molti altri casi, la rete reagisce e dalla rete stessa nascono nuovi strumenti a rimedio: per esempio la  Health on net foundation , attiva dal 2001 per verificare l’attendibilità delle notizie mediche disponibili online e responsabile della stesura di un vero e proprio codice di condotta e di autoregolamentazione denominato  honcode , adottato oggi da più di 20.000 siti e tradotto in 37 lingue.
Così se proprio non potete fare a meno di fare ricerche sulla rete dei mali che vi affliggono, per lo meno cercate di farlo su un sito che sia affidabile e certificato come www.medhelp.org ,  oppure  symptoms.webmd.com , che offre addirittura la possibilità di avere anamnesi personalizzate attraverso il suo symptomchecker virtuale.
Se siete cybercondriaci, probabilmente non mancheranno tra le vostre preferite alcune app mediche: oggi sono oltre 40.000 quelle disponibili sui vari stores, attorno alle quali si creano motori di ricerca dedicati, sistemi di catalogazione per obiettivo o tipologia di utenza, recensioni. Un esempio è dato dall’iniziativa del National Health Service inglese,  che attraverso il portale NHS England’s Library of Health Appsanalizza e categorizza le app mediche disponibili per i cittadini britannici,  selezionando inoltre solo quelle risultano essere efficaci e sicure, sono  basate su fonti verificate e attendibili e garantiscono la protezione della privacy.
Intanto proprio il settore salute è al centro di alcuni dei programmi più innovativi delle grandi major tecnologiche.  Dal misterioso progetto “Caleco” di Google al programma “Apple Health” presentato qualche mese fa dalla casa di Cupertino, che dovrebbe far da traino al lancio del nuovo iWatch, il quale, oltre a fornirvi l’ora esatta, riuscirà a tenere sotto controllo la glicemia e i battiti del vostro cuore.

di Simone Silvi

Fonte Treccani.it