L’inferno di Simona, abusi in famiglia e lo stupro: nell’inchiesta le rivelazioni sul suicidio

simona risoRoma, 29 giugno 2014 – «Vedo un lupo con gli occhi azzurri, che mi fa strada. Se avverte che ho paura, cerca di azzannarmi. E io svengo». Era troppo difficile vivere così per Simona, inseguita da un mostro che continuava a starle addosso.

Lei ci ha provato a correre, camminare, volare. Ha tentato di vivere e morire tante altre volte: nella sua stanza gli investigatori hanno trovato farmaci potenti, prescrizioni mediche e un’Ode alla vita. Alla fine si è arresa, quel lupo che la inseguiva, «anche se invecchiato, a volte riesco a piangere vicino a lui», quelle voci che sentiva solo lei e che la offendevano, non le davano scampo, «sono la rabbia verso chi mi ha fatto del male e il dolore che mi ha dato chi non ha creduto in me».
IL 30 OTTOBRE
Forse è salita lassù, al terzo piano della palazzina di via Urbisaglia solo per respirare un po’, forse si era data anche la possibilità di tornare giù, prepararsi, andare al lavoro. Ma quella mattina il dolore l’ha stordita. Troppo grande, arrivava da lontano. Due medici del San Giovanni sono stati indagati per la morte di Simona Riso, il 30 ottobre del 2013, poteva essere salvata ha detto il pm. E non si è fermato qui. In punto di morte, quasi un testamento, ha detto a chi l’ha soccorsa d’esser stata violentata. Ma non c’erano sul suo corpo tracce di abuso, bisognava andare a scavare, nell’infanzia, nell’adolescenza, nei segreti di famiglia. Simona tracciava un confine «prima ero una bambina simpatica, vivace. Poi dopo i 6 anni sono diventata chiusa, dipendente, insicura». A sei anni, nella sua vita era entrato il lupo. Per fortuna, alla fine chi sapeva, gli amici, la sorella, i medici, hanno raccontato quel che aveva confidato a loro. Di quello zio, muratore, fratello del padre, che per dieci anni, dai 6 ai 16 anni l’ha palpeggiata, legata, violentata. Non era il caso di archiviare, l’omertà aveva già fatto vittime. Ora gli atti, per far luce sull’accaduto sono stati inviati nella sua terra, alla procura di Vibo Valentia.
Dietro la depressione, i tentativi di suicidio della bella ragazza di 28 anni, dallo sguardo docile ma arrabbiato, c’era un inferno antico. «Aveva sensi di colpa, riteneva di sedurre gli uomini, che poi la picchiavano e approfittavano di lei», racconta agli investigatori il primario di psichiatria del San Camillo. Nel 2011 la giovane confida d’esser stata vittima di altre violenze. «Aveva provato a togliersi la vita, più di una volta», comincia a rompere il silenzio un amico. «Vedeva un lupo che ringhiava, mostrava i denti e la fissava. Questa visione la terrorizzava a tal punto da bloccarla dalla paura, da farla svenire dal terrore». Il lupo è la raffigurazione del trauma infantile. L’amico dice che Simona aveva anche un altro segreto familiare, che aveva scoperto da poco.

LE CARTELLE CLINICHE
I carabinieri sono andati a vedere le cartelle cliniche, i passaggi silenziosi e dolorosi di Simona in ospedali e cliniche. Parlavano di disturbi legati a «traumi infantili, abusi sessuali, dai 6 ai 16 anni». E di «violenze importanti», forse il carnefice «un pedofilo, perché ha smesso quando a 17 anni, arrivano le mestruazioni»; e «forse altre nipoti, sono state oggetto delle sue attenzioni». La relazione di un altro specialista di Milano aggiunge particolari: «Ha subito una violenza sessuale, in stato di ebbrezza, all’età di 19 anni da parte di un trentacinquenne e uno stupro nel 2010 da parte di tre uomini di nazionalità marocchina, sotto alla metropolitana a Tiburtina». Ma è soprattutto un episodio a colpire: Simona racconta allo specialista di avere lavorato come accompagnatrice e che un datore di lavoro avrebbe abusato di lei, procurandole una gravidanza indesiderata e costringendola ad abortire.
Altri amici aggiungono tasselli. Ricordano Simona in lacrime che finalmente racconta nelle terapie di gruppo delle violenze patite da piccola, «protratte per parecchio tempo», della sua «tipica famiglia di stampo meridionale, aveva l’impressione che sapessero, anche perché lo zio la molestava anche davanti ad altre persone». Il 4 ottobre scorso i medici avevano nuovamente convocato la mamma. La donna aveva fatto cenno di sapere già, chiudendo il discorso. Ne avrebbero parlato da sole, Simona tanto doveva scendere in Calabria, invece il 30 ottobre sceglierà di morire.

LA SORELLA
Ma è fondamentale un’altra testimonianza, quella della sorella Nunzia: Simona si era confidata con lei. «Quando aveva sei anni è stata ripetutamente molestata da nostro zio, fratello di mio padre. Me l’ha raccontato nel 2009. Palpeggiamenti e strofinamenti. Questi episodi sono continuati negli anni successivi, di tanto in tanto, quando lo zio tornava in Calabria nel periodo estivo. Lui e sua moglie, per motivi di lavoro, abitavano in Svizzera. Lavorava come muratore. Ogni anno, nella seconda settimana di luglio, tornavano a San Calogero per circa tre settimane. L’ultimo episodio nell’estate del 2003, quando io e Simona ci siamo recate in Svizzera in vacanza. Eravamo ospiti loro, e mentre io e mia zia ci siamo allontanate per andare al supermercato, Simona è stata nuovamente molestata… In più circostanze Simona mi aveva confidato di sentirsi rammaricata perché non aveva avuto la forza di ribellarsi con fermezza. Mi ha addirittura detto che alcuni episodi, meno evidenti, erano avvenuti anche in mia presenza». Anche Nunzia è vittima delle attenzioni morbose dello zio, ma si ribellata. «A 17 anni, nel luglio del 1994, era sceso in Calabria per le vacanze estive… ho opposto resistenza e mi sono allontanata e lui dopo un secondo tentativo in cui ho reagito con più forza ha desistito, anche perché avevano suonato alla porta». Simona invece subisce ripetute violenze sessuali, gli interrogatori degli amici sono espliciti: «immobilizzata al letto o a una sedia, a volte drogata». Ed è chiaro, dalle intercettazioni, che madre e sorella hanno sempre custodito il suo segreto, pensando di proteggerla.

 

di Michela Allegri e Raffaella Troili

Fonte Il Messaggero