Omicidio-suicidio, figlio della vittima: “Tutti sapevano che era un pazzo”

carabinieri ambulanzaSenigallia (Ancona), 5 luglio 2014 – «Perché ce l’aveva con mio padre? Non lo so. L’unica ragione è perché abitiamo davanti alla sua casaEra un matto e tutti lo sapevano». E’ un fiume in piena Francesco Olivi, figlio di Giancarlo il vigile del fuoco in pensione ucciso da Giovanni Colombo.

«Che cosa era venuto a fare a Senigallia se non aveva un lavoro? — si sfoga Francesco —. Perché stava in quella casa popolare che era stata assegnata alla compagna, morta da qualche anno? Non eravamo padroni di parlare con qualcuno all’interno della nostra proprietà. Lui aveva sempre da ridire per qualcosa. Ce l’aveva con tutti, anche se poi lo aiutavano; gli hanno regalato uno scooter, addirittura una macchina.Ecco il risultato. Adesso che cosa rimane, mio padre morto ammazzato in cucina. Non si doveva suicidare, lo dovevo prendere io. Mio padre lo aveva denunciato, ma poi aveva ritirato la querela. Ma chissà quante volte ci ha provocati. Ma adesso è tardi».

Giancarlo Olivi era entrato nel corpo dei vigili del fuoco nel 1976 e aveva prestato servizio tra l’altro a Padova e Ancona, prima del trasferimento al distaccamento di Senigallia. Sette anni fa aveva lasciato il corpo per la pensione, anche se era rimasto legato agli ex colleghi e ogni tanto in occasione della festa di S. Barbara tornava nel distaccamento in via Arceviese.

«Una persona squisita — racconta l’ex comandante del Distaccamento, Mauro Bedini —. Lo conoscevo da anni e ha sempre avuto un comportamento corretto, oltre che essere professionale. Era diventato capo reparto dopo aver fatto esperienza un po’ in diverse città italiane. Era appassionato di karate e adesso che era in pensione, si dedicava anche al ballo. So che aveva preso lezioni e si divertiva ad andare a ballare assieme alla moglie. Una notizia davvero terribile che ci ha portato tanta tristezza. Una tragedia incredibile per come è avvenuta».

La moglie di Gancarlo Olivi, Donatella Diambra, è dipendente di una cooperativa che lavora all’interno della Fondazione Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia. Giovanni Colombo viene descritto come una persona con rapporti difficili; da quattro anni aveva perso la compagna e probabilmente anche a causa di questo, negli ultimi tempi si era ancora di più chiuso. Viveva solo, isolato dal resto della frazione. Scorbutico e irascibile, probabilmente nascondeva la sua fragilità. Ma questo non può giustificare certo un gesto di questo genere, una reazione enorme per futili motivi.

Veniva aiutato dai residenti nella zona, dalla parrocchia, dalla Caritas e per spostarsi verso Senigallia o per il ritorno era solito chiedere un passaggio in auto. «Quando gli prendeva la ‘botta’ — commenta un vicino — Colombo non si teneva. Ha avuto da ridire qualche tempo fa anche con mia figlia perché i cani abbaiavano. Non dico che siamo venuti alle mani, ma quasi. Però dopo qualche giorno si è venuto a scusare. Era un tipo fatto così. Non c’era verso se gli prendevano i cinque minuti, era come una furia, poi quando gli era passata ritornava quello di prima, se pure con i suoi problemi. Forse doveva essere aiutato davvero, nel senso non soltanto a livello materiale, ma anche perché problemi psicologici ne aveva. Non sempre però. Anche adesso dopo quello che ha fatto, sono sicuro che si è pentito ed ha deciso di suicidarsi».

«Tutti lo conoscevano qui — dice un altro residente in strada della Passera — e con tutti o quasi ha sempre avuto da ridire. Soprattutto per quanto riguarda i cani, ma anche altre questioni, sempre di poco conto. Ma per lui diventavano problemi sui quali impuntarsi e litigare. Sì, sapevamo che era particolare, ma arrivare a tanto non era pensabile». «Un orrore, una autentica disgrazia — è il commento di una donna ancora stravolta —. Chi si poteva mai immaginare che qui a Borgo Passera dove si conoscono tutti potesse avvenire una cosa di questo genere? Ma dove siamo arrivati?».

Fonte Il Resto del Carlino