«Poliziotti a rischio malattie infettive»

polizia-immigrati13 Luglio. – Sembrano sempre più l’“agnello sacrificale” dell’emergenza immigrazione. Non c’è allarme che tenga né rischio segnalato in grado di far riflettere, e intervenire, i “vertici”. Gli uomini della polizia di Stato continuano ad essere “sacrificati” sull’altare di Mare Nostrum, mandati allo sbaraglio senza mezzi adeguati, col rischio, sempre più alto, di contrarre malattie, come già avvenuto e già dimenticato. E ogni giorno è peggiore di quello precedente.

L’ultima storia segnalata dal Sap, Sindacato autonomo di polizia, ha dell’incredibile. È il sette luglio, quando dieci agenti del Reparto mobile di Roma vengono chiamati d’urgenza per effettuare un servizio di emergenza a Lampedusa. Partono in abiti civili, senza equipaggiamento sufficiente, disarmati e con solo una mascherina da sala operatoria e un paio di guanti in lattice. S’imbarcano su un aeromobile che decolla da Fiumicino alle 18 e atterrano a Lampedusa alle 19.15. Fanno salire a bordo 93 immigrati clandestini, tutti maschi, appena sbarcati, e ripartono alle 20.30. Destinazione Napoli Capodichino, dove atterrano alle 21.30. I 93 migranti vengono sbarcati e gli stessi dieci poliziotti riprendono il volo un’ora e mezza dopo, sempre nelle stesse “emergenziali” condizioni e ancora una volta verso la piccola isola delle Pelagie, dove atterrano a mezzanotte. Questa volta imbarcano 97 stranieri, tra cui otto siriani. Alle due di notte riprendono il volo per Fiumicino, dove alle 3,20 sbarcano i migranti, per poi rientrare al Reparto Mobile alle 4.30. Tutto in una notte, tutto in queste condizioni. Sotto il profilo della sicurezza il rischio era altissimo, visto che i dieci agenti, senza armi né equipaggiamento da ordine pubblico, si sono trovati a “fronteggiare”, per due volte, oltre 90 clandestini in volo. Non era in pericolo solo la loro incolumità, ma anche quella del personale di volo. Va inoltre aggiunto che il personale di polizia, non trovando posto a sedere sull’aeromobile, è stato costretto a posizionarsi al centro dell’aero, evidentemente con scarsa possibilità di intervenire in caso di pericolo. Se ci fosse stata una rivolta, o ancora peggio, un attacco terroristico, cosa fare? E come? A ciò va aggiunto la sostanziale inesistenza della profilassi, perché un paio di guanti in lattice si rompe facilmente, e le mascherine in dotazione sarebbero sufficienti solo in un ambiente sterile, non certo in quel contesto. Ma soprattutto, quegli agenti sono entrati in contatto per ore, in un ambiente chiuso e con aria pressurizzata senza riciclo, con decine di migranti appena sbarcati da una nave della Capitaneria di Porto, e che dunque non erano passati da nessun Cie. Ciò significa che non erano stati sottoposti a nessuna misura di prevenzione sanitaria. E gli agenti sono ritornati al Reparto e poi a casa sempre con gli stessi abiti (la possibilità dell’uso delle speciali tute protettive Nbc non si è nemmeno posta). Il punto è che queste preoccupazioni non sono teoria. Il 10 luglio, infatti, intorno alle 18, a quegli stessi agenti viene comunicato che il giorno dopo si sarebbero dovuti presentare nella sala medica di Fiumicino per un controllo sanitario, senza aggiungere altro. Così accade. I poliziotti (insieme ai sette di un’altra squadra che negli stessi giorni avevano scortato ben 180 migranti da Lampedusa a Genova), si recano sul posto e il medico della polizia gli comunica che uno dei clandestini trasportati la notte del 7 luglio era risultato affetto da meningite conclamata. Quattro giorni dopo i fatti, dunque con una tempestività risibile, soprattutto in presenza di una malattia che può rivelarsi mortale per gli agenti e dunque, visto il tempo intercorso, per i loro familiari, ai poliziotti viene ordinata una semplice profilassi antibiotica di sette giorni, con preghiera di avvisare in caso di febbre alta. Il tutto a spese degli stessi agenti, neanche dispensati dal servizio, con un rischio ancora maggiore, dunque, di contagiare colleghi, familiari e ogni altra persona con cui sono entrati in contatto. Infine una postilla. Ieri il dirigente del Reparto mobile di Roma ha chiesto un elenco di tutti coloro che hanno fatto servizio di accompagnamento da gennaio a oggi. Motivo? Sottoporli a profilassi dopo i troppi casi di Tbc riscontrati a Lampedusa tra gli immigrati clandestini.

Luca Rocca – Il Tempo