“Mia moglie vittima di un grave caso di malasanità. Ci hanno distrutti”

ImmagineRoma, 16 luglio 2014 – Un grave caso di malasanità raccontato dall’Avv. Raimondo D’Amico, vittima la giovane moglie Alessandra Bellè.
“Il Prof. G.M, del Policlinico Gemelli di Roma, dopo 11 embolizzazioni, di cui 3 doppie,dal gennaio 2004 a Pasqua 2006, cambiando radicalmente idea, ci disse che era meglio asportare chirurgicamente la sua MAV (angioma). Aggiunse che, poiche’ l’emisfero cerebellare dx non aveva mai funzionato, operando su una zona inerme del cervelletto, non avrebbe potuto fare alcun danno nemmeno se lo avesse toccato. Avrebbe fatto praticare due embolizzazioni propedeutiche all’intervento, per scongiurare, a suo dire, potenziali sanguinamenti“. G.M. disse ad Alessandra: “Sei giovane, il giorno dopo puoi considerarti clinicamente guarita, potrai avere altri figli ed una vita normale”.D’Amico fa presente che “non era vero nulla! Il rischio morte era del 70/80% e le gravi invalidità neurologiche erano la conseguenza minima. Come a dire: È andata pure bene! Perché, dunque, l’opzione chirurgica? Ha asportato, senza alcuna autorizzazione, l’intero emisfero cerebellare destro!” Ma la cartella clinica delle dimissioni redatta da Gemelli, incredibilmente, così recita: “Paziente dimessa in buone condizioni fisiche. Nessun riferimento nè ai gravissimi handicap neurologici riportati da tutti i nervi cranici di dx, né soprattutto all’asportazione totale dell’emisfero cerebellare destro. Tutte le immagini i ragion raffiche di 3 anni di interventi sono, risponde ufficialmente il Gemelli, “IRREPERIBILI!“”.

Le MAV (malformazioni arterovenose) e/o angiomi, devono essere necessariamente “trattati” perché’ potrebbero essere letali. Solo che, quando sono enormi devono, prima essere embolizzati (iniezioni di colla per impedirne l’alimentazione e la crescita) e, poi, trattati, radiochirurgicamente (irradiati). Solo se residua una porzione della MAV, si decide, successivamente, cosa fare. Se la MAV si riduce “sufficientemente” e non è in una zona pericolosa, si asporta chirurgicamente, altrimenti la si monitora con TAC semestrali, così tenendola sotto controllo. Anche, perche’, rinunziando ad avere altri figli, si muore, magari, di morte naturale. “Il Prof. G.M. si è sentito Dio, ma di Dio c’è n’è uno solo, e ci ha distrutto la vita” afferma Raimondo.“Il CTU (medico, “super partes”, nominato dal Giudice), Prof. F. P, ha avuto la sfacciataggine di scrivere che Alessandra non è invalida, ma che i suoi gravissimi handicap neurologici (!), non derivano dall’operazione. Ho incrociato i loro nomi su Google e ho scoperto che il CTU, Prof. F.P, solo 3 mesi prima dell’incarico era stato da lui giudicato “idoneo” da G.M., in veste di candidato, in un pubblico concorso. L’ho querelato per falso in perizia, depositando la querela il 9/8/2013. Il 26/09/2013 mi è stata notificata la richiesta di archiviazione”.
D’Amico osserva: “Naturalmente, ho fatto opposizione e il procedimento penale è ancora pendente. Sarei dovuto andare dalla D’Urso insieme ad Alessandra ma è bastata qualche telefonata per porre il veto alla messa in onda”.

Il Prof. G.M. si è separato con la Sacra Rota, costosissimo privilegio di pochi eletti, dopo 40 anni di matrimonio. Non contento di ciò, ha esperito azione di disconoscimento della figlia 38enne Francesca, la quale l’aveva pure reso nonno. La figlia l’ha giustamente querelato per falso ed ha vinto la causa.
Il marito di Alessandra puntualizza che “se Ale avesse fatto la radiochirurgia, oggi sarebbe una donna sana con insignificanti limitazioni: niente immersioni, motocicletta, sci, cavallo. Io sono impazzito dal dolore. Dopo 3 anni dall’intervento, smisi di lavorare, sono arrivato a pesare 150 kg, avevo ripreso, dopo oltre 8 anni, a fumare 2-3 pacchetti al giorno, mangiavo e bevevo smodatamente, coltivando pensieri insani“.Raimondo conclude così: “In un mondo che dobbiamo contribuire a cambiare, lotto non solo per la mia famiglia ma, anche per evitare che possa accadere di nuovo. Salvare anche un solo nucleo familiare da un dolore simile, insopportabile, mi darebbe una serenità che oggi non ho. Il sacrificio delle nostre vite, infatti, se servisse a salvarne delle altre, non sarebbe avvenuto invano”.
Vi invitiamo a stare vicino ai coniugi D’Amico seguendo la pagina facebook:”Giustizia per Ale”. Nella speranza che la richiesta di giustizia possa avverarsi.

Fonte Qelsi.it