Morta per salvare bimbo in mare

famigliaTrieste, 16 Luglio. – L’hanno cremata. Le sue ceneri sono state restituite al marito e ai loro due figli senza che prima la sua bara passasse per una qualche funzione pubblica. “Dovesse succedermi qualcosa non fatemi il funerale”, soleva d’altronde ripetere, che fosse chiaro. Un contrasto secco tra la forma, pari a zero, e una sostanza grande così, frutto di una generosità che l’ha portata a dare la propria vita per gli altri. Una generosità custodita nel suo stesso dna. Natalia Maovaz – la 50enne romana dalle profonde radici triestine inghiottita nei giorni scorsi dal mare fattosi improvvisamente grosso davanti all’isola della Maddalena per salvare un bambino di sette anni – aveva infatti nel sangue un altruismo speciale.

Nel 1945, il nonno paterno Mario Maovaz – proprio quel Maovaz cui è dedicata una via a Borgo San Sergio e che riposa qui nella tomba di famiglia con la moglie Angela e il marito della sorella – non aveva fatto i nomi dei suoi sodali antifascisti mazziniani nemmeno dopo mesi di torture bestiali, oltre ogni umana sopportazione, subite dalla “banda Colotti”, finendo fucilato dai nazisti che si stavano ritirando da Trieste: “Mi mettono al muro, vendicatemi, viva l’Italia”, erano state le sue ultime parole. Ancor più indietro, ai tempi della Grande Guerra, il nonno materno Carlo Delcroix, di origine belga, aveva invece perso mani e occhi per salvare i commilitoni da una bomba, sulle Dolomiti, diventando simbolo di coraggio prima, durante e dopo il Ventennio oltre che fondatore dell’Associazione nazionale mutilati e dell’Unione italiana ciechi.

Uno irredentista spalatino repubblicano, l’altro nazionalista monarchico. Due eroi tanto diversi, col denominatore comune dell’amore per l’Italia, da cui è discesa un’eroina dei giorni nostri. La cui morte, avvenuta in Sardegna, in un luogo di vacanza, ha commosso il Paese, arrivando fin nella “sua” Trieste. Natalia – restauratrice di tessuti e abiti antichi, sposata con Andrea Di Giorgi, che lavora in Vaticano, madre di Carlo e Anita, 13 e 10 anni – era di Roma ma si può dire che “veniva” proprio da Trieste. Da qui il padre Sigfrido, pittore, scultore e critico d’arte scomparso nel ’93 (una sua opera e un’altra della sorella Alice furono donate dopo la sua morte da quest’ultima al Museo Revoltella) partì nei primi anni Cinquanta, trasferendosi appunto nella capitale. Dalla moglie ebbe poi due figli. Nel ’64 nacque lei, Natalia, due anni più tardi arrivò Marco, chiamato così – come il nonno eroe antifascista, che si firmava Marco col puntino della “i” sopra la “c” – per volere dell’altro nonno, il cieco e mutilato di guerra Delcroix, poeta patriota e parlamentare del Partito monarchico. È toccato in queste strazianti ore a Marco, direttore dell’Orto botanico di Perugia, ma attualmente a Roma per stare vicino al marito e ai figli di Natalia, ricordare la sorella: «Tutti dicono che è morta com’era vissuta. È stata una persona dal cuore d’oro, altruista come poche. Una magra consolazione, ma è così. Io e lei siamo cresciuti a Roma, ma ci siamo sempre considerati in parte triestini, legati a una città che nostro padre ricordava spesso con trasporto». Legati a Trieste come, in particolare, al mito di nonno Mario. Tanto che Natalia e Marco, nel 2012, non vollero mancare insieme all’intitolazione – al papà del loro papà – della ribattezzata “Biblioteca del Confino” di Ventotene, dove Mario Maovaz rimase a lungo durante il Ventennio in quanto fervido antifascista, nemico del Duce. I suoi due nipoti scrissero per l’occasione una sua biografia che integra quella scritta da Spazzali in base a dei manoscritti di Sigfrido mai pubblicati (“Memorie di un piccolo antifascista”) e ad altre fonti. Le ceneri di Natalia Maovaz non raggiungeranno la tomba di famiglia a Trieste – qui rimane oggi un parente, il cugino di primo grado Angelo – ma resteranno a Roma, dove continueranno a vivere marito e figli. A loro non è il momento di parlare di orgoglio. Il dolore è ancora troppo grande.

Fonte: IlPiccolo