Un’altra minaccia incombe sui Marò: può il loro avvocato rappresentare l’India nel processo?

marò-india_650x447Mentre in Italia tutto tace, l’ultima notizia che siamo riusciti a cogliere in India sul conto dei nostri fucilieri, là detenuti da 29 mesi senza accuse, riguarda gli sviluppi di una circostanza inattesa sulla strada che avrebbe dovuto portare verso la liberazione dei nostri militari. Una circostanza la cui pericolosità era stata denunciata esattamente 5 settimane fa, ma alla quale non hanno sinora attribuito la dovuta attenzione nè la Mogherini, nè tantomeno Renzi, troppo impegnato questo a giocare al Risiko delle riforme per “farci caso”. S’è verificato un fatto nuovo che neanche il più fantasioso scrittore di gialli avrebbe mai potuto immaginare: l’avvocato dell’Italia, cioè il difensore di Latorre e Girone è diventato un membro del nuovo gabinetto di Narendra Modi uscito dalle recenti elezioni politiche in India, assumendo la carica di Attorney General, ovvero di Capo del Sistema giudiziario indiano e Consigliere per gli affari giuridici del governo indiano.

Questo significa che quello che per quasi due anni e mezzo è stato l’avvocato difensore dei Marò, ora si ritrova improvvisamente dall’altra parte della barricata. Nella sua nuova posizione, infatti, l’avvocato Mukul Rohatgi si ritrova a far parte di un governo che vuole che i Marò vengano processati, che si augura che vengano condannati e preme perchè lo siano, impersonando lui allo stesso tempo il ruolo di avvocato difensore e di avvocato dello Stato per quanto concerne il ricorso pendente presso la Corte Suprema dell’India con il quale i Marò chiedono la loro scarcerazione. Nella sua nuova veste, a Rohatgi l’India chiede di trovare argomentazioni ed appigli giuridici sui quali basare un castello accusatorio coerente con le prove manipolate rese disponibili dalla polizia keralese, cioè usando quegli stessi elementi probatori che lui stesso, in qualità di avvocato difensore dei Marò, da quel riconosciuto Maestro del Diritto quale è ha provveduto a smontare uno ad uno, elencando con puntigliosa puntualità tutte le numerose violazioni del Codice e della Costituzione dell’India in cui la pubblica accusa, dapprima nel Kerala e poi a New Delhi, era incorsa nel costruire un teorema infondato per tentare di incastrare Latorre e Girone.

Una situzione grottesca, perchè Rohatgi dovrebbe sostenere in tribunale ed alla Corte Suprema allo stesso tempo le ragioni per le quali liberare i Marò come loro difensore, ed invece quelle che ne dovrebbero raccomandare il processo seguito da una condanna, come molti a livello governativo auspicano in India, in qualità di Attorney General. Naturalmente in Italia nessuno si è ancora accorto di questa situazione. Ci sono occorsi otto mesi per fare capire a tutti, dalla stampa più “autorevole” al governo del Paese che i Marò stavano per essere proocessati come terroristi passibili di pena capitale, vediamo stavolta quanto ci vorrà a far capire ai nostri responsabili (?) al governo la drammaticità di questa situazione che rischia di diventare un cappio stretto al collo dei nostri indifesi militari. Al contrario, in India questa situazione è ben nota a tutti e tutti la prendono molto sul serio. E’ notizia di ieri che Rajnath Singh, il ministro degli Affari Interni, ha inviato, come si usa in India, una lettera ufficiale a Ravi Shankar Prasad, il ministro della Giustizia e quindi “capo politico” di Rohatgi che rappresenta il suo braccio operativo, per chiedere lumi su questa intrigata ed apparentemente insostenibile sistuazione. Nella lettera, il ministro degli Interni chiede un “parere legale fresco” sulla vicenda dei Marò e come regolarsi nei suoi sviluppi successivi.

Ovvio che il ministro della Giustizia, per ottenere questo parere, non potrà che rivolgersi a colui che per legge costituzionale rappresenta l’Istituzione preposta a rendere pareri giuridici al governo dell’India, cioè l’Attorney General, ovvero Rohatgi, quello che sino a prova contraria è ancora l’avvocato dei Marò, che ne ha perorato la causa in tribunale e che ha firmato il loro ricorso pendente presso la Corte Suprema dell’India.
Nella lettera si legge tra l’altro, a proposito di questo clamoroso conflitto d’interessi che rischia di risolversi tutto a danno di Latorre e Girone facendo passare il loro avvocato nelle fila dell’accusa:

“Si è venuta a determinare una situazione particolare, perchè l’attuale consigliere giuridico (Rohatgi, ndr) del nostro Governo ha rappresentato il Governo Italiano per tutto questo tempo. Abbiamo scritto al Ministero della Giustizia per chiedere indicazioni sul come andare avanti con il caso. Nessuno sta mettendo in discussione il merito della causa, tuttavia si richiede una nuova serie di suggerimenti da parte del ministero competente. Va sottolineato che il 26 aprile, la Corte Suprema aveva indicato nella NIA (l’Agenzia antiterrorismo che se coinvolta nel caso potrebbe solo applicare condanne a morte per statuto costitutivo, eventualità che proprio Rohatgi ha contribuito in modo determinante a scongiurare, ndr) l’agenzia cui affidare la fase inquisitoria e l’istruttoria contro i due Marò italiani accusati di aver ucciso due pescatori indiani al largo delle coste del Kerala nel 2012. Rohatgi, che ha rappresentato il governo italiano, allora si era opposto alla decisione di affidare il fascicolo alla NIA, argomentando che l’agenzia non ha giurisdizione e che il caso in oggetto avrebbe dovuto essere affidato alla CBI (Central Bureau of Investigations, la polizia federale indiana, ndr). In particolare, siamo (il Governo Indiano, ndr) ancora valutando se appellarci all’UAPA (Unlawfull Activities Prevention Act : è una legge quadro con vari addendi mirata a prevenire attività illegali che minacciano l’integrità dell’India: insomma, per i Marò l’accusa di terrorismo uscita dalla porta rischia di rientrare dalla finestra, ndr). D’altra parte, siccome è già stato disposto (dalla Corte Suprema, ndr) che il processo venga condotto da un giudice monocratico con udienze giornaliere (teoricamente per accelerarne l’iter, ndr) non intralceremo in alcun modo l’attività del magistrato speciale qualora codesto ministero della Giustizia riterrà di dare il segnale di via libera al procedimento giudiziario”.

Prendiamo atto che il ministero degli Interni non intende interferire nella vicenda giudiziaria dei due italiani qualora il Ministero della Giustizia desse il segnale di via libera per un loro immediato processo. Ma chissà cosa farebbe se tale segnale non arrivasse. Cosa c’entrino i politici, cioè il Governo ed in particolare i Ministeri della Giustizia e degli interni è un mistero irresolubile visto che teoricamente, anche in India, la magistratura è un corpo separato, autonomo ed indipendente dello Stato. Prendiamo atto che i politici danno per scontata la celebrazione di un procedimento giudiziario escludendo a priori e senza motivazioni la possibilità di un proscioglimento degli “Italian marines”. Prendiamo atto che di garanzie costituzionali e di tutela dei più elementari diritti umani neanche si accenna più.

Come si faccia poi, ci riferiamo alla Renzi&PD Co. a gratificare un Paese che si comporta così definendolo come “la più grande democrazia” del mondo anzichè come un Paese canaglia alla stessa stregua, tanto per dire, della Corea del Nord, è altrettanto misterioso. Prendiamo anche atto che quanto sopra raccontato va bene ed è accettabile senza obiezioni per l’attuale premier Renzi, visto che di questa ignominia non ha fatto il benchè minimo cenno a Starsburgo, che pure sarebbe stata una splendida occasione per infilare la vicenda dei Marò nel quadro più generale ed importante per tutti della lotta alla pirateria ed al terrorismo internazionale che lui ha invece completamente trascurato nonostante quello che sta avvenendo in Medio Oriente. Perchè se sono quelli che danno la caccia ai terroristi ad essere arrestati, invece che i guerriglieri distruttori di mare e di terra, non si va da nessuna parte, neanche sul piano della globalizzazione economica, e della pace, della libertà e della democrazia.

Interrogato in merito al suo silenzio “europeo” Renzi ha detto testualmente: “Stiamo internazionalizzando il caso dei Marò, ma dovete tenere presente che certe volte il silenzio è meglio di una parola”. Certe volte, ma non stavolta in cui due connazionali sono detunuti da due anni e mezzo, senza accuse, senza prove di aver commesso alcun reato di qualsivoglia natura come ammesso persino dal presidente della Corte Suprema, che rischiano di essere processati e condannati non sulla base delle risultanze processuali, ma delle indicazioni dei politici, i quali sono così convinti della liceità del loro operato da farlo trasparire tranquillamente sui media indiani senza alcun ritegno od il ricorso a diplomatici giri di parole.

Renzi si svegli. Tutta questa pantomima degli indiani serve ad una sola cosa: continuare a rinviare ogni decisione in merito all’appello dei Marò ed a destabilizzare la loro intera architettura difensiva congegnata da quello stesso Rohatgi che ora si trova di fronte al dilemma se tradire la causa dei suoi difesi, o tradire l’attesa del Governo del suo Paese, con gli strascichi e le conseguenze che una decisione pro-Marò potrebbe comportare per chi bene o male dovrà cercare di potere continuare a vivere in India. Prenda atto il premier che questa è una di quelle “volte” in cui ad essere d’oro sarebbe la parola, forte e chiara, non il silenzio vigliacco di chi è connivente.

QELSI