Trafficanti di minori nel cuore di Roma

polizia auto volanteNel quartiere Tuscolano trovato l’ennesimo covo dove venivano segregati altri bambini egiziani. Arrivavano dalla Sicilia come i ragazzini salvati a Priverno dalla Polizia.

Roma, 20 luglio 2014 – Non hanno ancora compiuto diciotto anni ma per i trafficanti di essere umani sono merce pregiata su cui speculare. Le famiglie dei due minorenni egiziani hanno pagato molto per far arrivare i loro figli sulle coste italiane e così, quando vengono a sapere che i ragazzini hanno raggiunto la Sicilia, devono aver pensato che il peggio fosse passato. Invece alcuni giorni dopo l’arrivo in Italia, i due adolescenti denunciano di essere stati sequestrati da chi voleva continuare a guadagnare sulle loro vite, trattenendo i giovani in un appartamento romano. Una vicenda dai contorni poco chiari, dove, nell’aula della corte d’Assise di Roma, la procura e la difesa degli imputati sostengono versioni diametralmente opposte. Ciò che è certo è che Hamed El Moneim e Fati Abdalla Younes, due giovani egiziani, stanno affrontando un processo che li vede accusati di aver violato le leggi sull’immigrazione clandestina e di aver messo in atto un sequestro di persona a scopo estorsivo e ai danni di due minori. Attualmente i due egiziani sono stati scarcerati e sottoposti alla misura cautelare dell’obbligo di firma. Albertina Pepe, legale di uno dei due imputati, è riuscita a dimostrare la non pericolosità e l’inesistenza del rischio di fuga da parte del suo assistito che, tra l’altro, è anche incensurato. La vicenda inizia il 13 settembre del 2013, quando la denuncia sporta da un ragazzino egiziano viene recepita dagli agenti del commissariato Casilino. Il giovane racconta ciò che ha vissuto durante le settimane precedenti. Agli agenti che ascoltano la sua storia spiega di essere partito dalle coste egiziane, su una carretta del mare. La sua famiglia ha pagato molto per quel viaggio, consegnando ad un’organizzazione criminale circa quattromila euro, in valuta egiziana. I due ragazzi partono, al loro fianco ci sono siriani, tunisini e alcuni connazionali egiziani. Il viaggio è faticoso, la barca affronta le impervie condizioni climatiche e i giovani, nella denuncia, affermano di aver perso i documenti in mare. L’imbarcazione arriva in Sicilia, a Siracusa, dove il personale della guardia costiera accoglie i ragazzi fornendogli cibo, acqua e vestiti. Dopo le prime cure, gli immigrati vengono accompagnati in un centro di accoglienza ed è proprio da quel centro che i ragazzi scappano. Infatti, vedendo che ai loro connazionali vengono prese le impronte digitali, scelgono di darsi alla fuga, impauriti dal fatto che un loro riconoscimento fotografico possa significare un rientro in patria, un ritorno verso tutto ciò da cui si erano allontanati grazie ai sacrifici economici delle loro famiglie. Durante la fuga i due giovani non sono soli. Con loro ci sono anche altri clandestini. I ragazzi li seguono, poi raggiungono una cabina telefonica e chiamano tale Rauf. L’uomo solitamente lavora molto, accompagna i clandestini da Siracusa a Catania, guadagnando cinquanta euro per ogni persona che vuole raggiungere il capoluogo etneo. Giunti nei pressi della stazione i giovani, pagando dieci euro a notte, vengono ospitati da un altro uomo, Mohammed. I compagni di viaggio dei due ragazzini consegnano molto denaro a quell’uomo e così vengono liberati. I minorenni invece non hanno soldi, non sanno dove si trovano né che fine faranno. Pensano solo a raggiungere la Germania e al fatto che quell’organizzazione criminale sa come realizzare il loro desiderio. Prendono il treno, scendono a Roma e, giunti presso il Mc Donald’s della stazione Termini, Mohammed li consegna a un altra persona, Abu Fares. L’uomo inizia a telefonare, vuole sapere se le famiglie dei due ragazzini hanno pagato per il viaggio. «L’accertamento era negativo – racconta in questura il ragazzo – per questo venivamo accompagnati presso un’abitazione», in via dei Sulpici, zona Tuscolana,a Roma. Dormono per terra, in un appartamento con diverse persone, e il giorno dopo, quando si alzano vogliono uscire. La porta dell’appartamento però è chiusa. I loro connazionali li hanno sequestrati, secondo la procura, «al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto pari 5000 euro come prezzo per la liberazione di ciascuna delle persone offese». Dopo qualche giorno però, qualcosa nell’organizzazione criminale non funziona e qualcuno, da Milano, denuncia la situazione. La polizia si attiva e i due ragazzi vengono presto ritrovati. Diversa la versione raccontata dalla difesa che sostiene l’innocenza degli imputati, il cui unico errore sarebbe stato quello di aver sottratto i due ragazzi dalle grinfie dei trafficanti di esseri umani. «La svolta del processo, a mio modesto avviso, è avvenuta quando la Corte di assise di Roma ha deciso di rimettere in libertà gli imputati, seppur al momento con l’obbligo di firma – afferma l’avvocato della difesa, Albertina Pepe – Sono certa che nel corso del processo emergerà la totale estraneità dei gravi fatti contestati al mio assistito. Durante il periodo di custodia cautelare in carcere ho potuto percepire la disperazione di un uomo che accusato di un così grave delitto, ritenendosi innocente, si è visto abbandonato dalla moglie e dal figlio che vivono in Egitto».
di Andrea Ossino

Fonte Il Tempo