La libertà di stampa è morta

filesLa libertà di stampa è morta. Sepolta sotto tonnellate di ipocrisia, macerie di quella che una volta era la sacrosanta deontologia professionale. E non solo per colpa di noi giornalisti, semmai di un sistema che vede bene articoli di comodo e connivenze. Ha detto bene qualcuno: “Quando gli interessi si accordano escono ottimi servizi”. Non che sia sempre così, Dio ce ne guardi, perché grandi o piccole firme che non si facciano comprare dalla convenienza del momento, grazie al Cielo, ancora esistono e, grazie al coraggio di ribellarsi a certi sistemi o all’aver spalle ben coperte, riescono a salvarsi, ma gli altri no. Gli altri devono adeguarsi ai tempi. Perché “o fai così o non lavori”. Metti caso che ti occupi di un settore specifico. Diventano tutti amici. Se scrivi un articolo che a loro va bene, sei la prima firma e il miglior giornalista del pianeta. Ti invitano a cene, serate, ricevi persino gli auguri o il pacco di Natale. E il calendario di turno, con la firma in calce del grande capo. Ma se nel tuo pezzo c’è anche solo una riga che, nonostante il diritto di cronaca e il dovere di giornalista di raccontare la sacrosanta verità, va a ledere l’immagine dell’interlocutore, apriti cielo. Improvvisamente diventi il nemico numero uno. È quello il momento in cui si scatenano gli addetti stampa. Pronti a farti la paternale e a ricordarti che “non sei un buon giornalista, noi abbiamo fatto tanto per te”. Ma certo, mi avete dato il materiale per scrivere l’articolo, dovere vostro, raccomandandovi di non cambiare neanche una virgola. Peccato che la deontologia dica altro, ovvero che la verità viene prima di tutto e che spintarelle di qua e di là tu non le puoi accettare. E allora “ne va della tua credibilità”, se non scrivi sempre ciò che ti si dice e se non avverti prima che il pezzo esca che qualcuno sta scrivendo qualcosa che non va bene. Il momento più bello è, però, dopo che ti hanno massacrato per 3 giorni lavorativi e 2 feriali, riuscendo quasi a farti sentire in colpa per aver scritto la verità, quando l’addetto stampa di turno ti dice: “Sai, sono giornalista come te e mi hanno insegnato che”… Che devi dirmi tutto prima, perché altrimenti, con noi, tu non ci lavori più. Altrimenti ti facciamo la guerra, finisci a lustrare le scarpe a Tunisi o peggio a mangiare scarafaggi tra le luride insenature delle baraccopoli in America Latina. Lo aggiungo io, perché è sottinteso in un mondo in cui tutto è dovuto e tu, giornalista, ti adegui o muori. In cui vorrebbero renderti schiavo di un sistema da due soldi che sta per crollare sotto il peso di quell’unica parola, la verità. La sola a valere qualcosa, davvero. È lì che ti scatta il nervoso, perché sai di avere ragione e che se ti ribelli quelli non ti fanno più lavorare. Peccato che sei un giornalista e che il tuo mestiere lo senti dentro, forte e potente come solo le passioni vere sanno essere e peccato che, il giorno che hai dato l’esame di Stato, sudato in trent’anni di gavetta e 18 mesi di insperato praticantato, hai giurato che non avrai altri padroni, se non la verità. Sacrosanta, imponente, matura. E allora è lì che rispondi all’interlocutore, inenarrabile esempio di frutto di un sistema marcio, in cui l’immagine conta più della sostanza e il far sempre bella figura più dell’essere. “Mi paghi tu?”. No, non mi paghi tu. Mi paga il giornale, quel giornale che ogni mattina è la prima cosa che apro. Prima persino di prendermi il caffè con la Nutella, quella che mi avvelena il fegato, ma almeno per una buona ragione. Ti ribelli al sistema, quello che è pronto a massacrarti e a ridurti in poltiglia pur di ottenere il solenne scopo di non crollare mai, neanche davanti a certe vergogne. E tu lo sai, che non avrai più interviste o le aspetterai per mesi, perché se tradisci la politica, l’impresa, le persone che contano o la parte peggiore delle istituzioni, ancorché tradimento significhi scrivere la verità, dei tuoi pezzi faranno carta straccia. Ma la ruota gira e le poltrone vengono occupate da gente nuova. Gira per tutti, ma non per te, che ti siedi serenamente su quel ponte e aspetti, ma non passare il corpo del tuo nemico, semmai qualche collega in barca, che sia disposto a fermarsi e far due chiacchiere con te e a raccontarti la sua storia. Sempre la stessa. Libertà, prima di tutto. Ma libertà di stampa, ancor prima. In nome di quel giornalismo che non si arrende davanti a niente e che continuerà a scrivere, anche là dove si tenti di massacrarlo, annullarlo, mettergli un tappo in bocca. “Un buon giornalista non dovrebbe mai essere una persona accomodante. Ancora meno, una persona innocua. Se tutto fila liscio per lui o per lei, significa che compiace il piacere. Il nostro compito non è compiacere il piacere. Il nostro compito è informare e risvegliare la consapevolezza politica delle persone. Quella consapevolezza che il potere ha sempre cercato di mettere a dormire”: non l’ho scritto io, l’ha scritto Oriana Fallaci. Una che non ha mai chinato il capo all’accondiscendere al piacere o al compiacerlo. Una che, per la verità e per il suo credo giornalistico non ha mai tradito la sua libertà di parola.

Indomitable Journalist