La caccia lunga 43 anni al dirottatore saltato da un jet con 200 mila dollari

uomo-misterioso-ombra1L’ uomo che ha comprato il biglietto a nome di Dan Cooper siede al posto 18c del volo Northwest Orient Airlines in servizio da Portland, Oregon, a Seattle. A bordo altri 36 passeggeri, molti diretti a casa per festeggiare il Giorno del Ringraziamento, la festa più sentita dagli americani.
Cooper ha ordinato e pagato un drink. Fuma. Allora era lecito. Nulla di strano. Resta tranquillo, dando ogni tanto un’occhiata alla sua ventiquattrore tenuta sotto il sedile. Poco dopo il decollo, avvenuto alle 14.50 di quel 24 novembre 1971, fa un cenno alla hostess e le passa un biglietto, dove c’è scritto «ho una bomba nella valigetta». Poi altre istruzioni: vuole 4 paracadute e 200 mila dollari. Una grossa somma per quei tempi. Vuole che lo prendano sul serio, così apre leggermente la valigetta per mostrare all’assistente il contenuto. Ci sono dei cilindri con fili elettrici, tubi che ricordano quelli di un ordigno. L’hostess avverte il capitano che, a sua volta, contatta le autorità. Si tratta ad alta quota, ma la risposta è scontata: accettiamo. Sono le 17.24. Quindici minuti dopo il jet Boeing 727 atterra a Seattle.
Come previsto i passeggeri sbarcano, a bordo restano l’equipaggio e «Cooper», descritto come un uomo sulla quarantina, alto quasi 1.80. Arrivano i soldi, la polizia porta i paracadute. «Non di tipo militare», ha precisato il misterioso dirottatore. Gli sbirri obbediscono. L’aereo è rifornito e alle 19.40 decolla ancora. «Rotta sud, andiamo in Messico». Il pirata ordina al comandante di mantenere una velocità minima ad una quota di 3 mila metri, carrello abbassato, carlinga non pressurizzata. Obbediscono. Trascorrono i minuti. Velocissimi. Alle 20 nella cabina di pilotaggio si accende la spia che segnala l’apertura del portellone posteriore del 727. Tredici minuti dopo accade qualcosa di incredibile. Il signor Cooper si lancia in una zona – le coordinate sono necessariamente approssimative – lungo il fiume Lewis, sud dello stato di Washington.
Il dirottatore ha scelto davvero una brutta notte per tentare il colpo della vita. C’è cattivo tempo, fa freddo, piove pesante. E lui non sembrava avere gli abiti adatti. Un trench nero. Una giacchetta dello stesso colore, così come la cravatta. Mocassini. Sembra un uomo d’affari e non un Rambo. Il buio lo inghiotte.
Polizia locale, Fbi e persino i soldati della Guardia nazionale partono alla caccia di «Cooper». Prima lungo il fiume, quindi allargano il raggio a gole impervie. La Scientifica lavora sui reperti: una traccia (tenue) di Dna, una cravatta, le impronte sconosciute, un mozzicone di sigaretta lasciato dal passeggero. Poi via con le testimonianze. Inconcludenti come l’identità falsa usata per comprare il biglietto. «Dan» ha fatto le cose per bene. Gli investigatori cercano e ricercano. Confrontano schede di presunti sospetti, verificano dritte improbabili. È scontato pensare ad un ex paracadutista. Uno che abbia abbastanza fegato da aprire il portello di un jet e sparire nel vuoto.
Le segnalazioni si moltiplicano, alimentate dalla leggenda dell’uomo diventato «DB Cooper» per l’errore di trascrizione da parte di un giornalista. Ci sono dei matti – che poi matti non sono – che vanno in cerca «dei suoi resti», sperando di trovare il bottino. Può sembrare incredibile ma c’è chi becca qualcosa. Si chiama Brian Ingram, un bimbo di appena 8 anni che percorre insieme alla famiglia la riva del fiume Columbia, a nord di Portland. Sotto il fogliame il ragazzino scopre tre pacchetti di banconote, 5.800 dollari, mangiucchiati dal tempo. L’Fbi conferma: fanno parte del riscatto. È il febbraio del 1980.
Quei bigliettoni sbiaditi sono il primo segnale vero. E fanno discutere gli investigatori come gli appassionati di gialli. Forse Cooper li ha nascosti e poi non è riuscito a recuperarli. Oppure si sono persi durante il lancio. O ancora: li ha portati la corrente del fiume, come ipotizza uno studioso.
Ok, ora abbiamo parte del tesoro ma che fine ha fatto DB? Gli agenti sono convinti che sia morto, ucciso dalla tempesta o dall’impatto al suolo la notte del 24 novembre 1971. Altre ipotesi: ha fatto il servizio militare, si intendeva di aerei ed era abituato alla vita in ambiente ostile. Poi suggeriscono: forse per il nome si è ispirato a un fumetto franco-belga molto noto negli anni 60, «Dan Cooper», dove il protagonista era un asso del cielo. Suggestioni che sono rimaste appese amplificando la leggenda di un «most wanted». In questi ultimi anni sono spuntati in tanti sostenendo di essere figli, nipoti, fratelli, sorelle di DB. L’Fbi ha ascoltato tutti, in qualche caso ha eseguito il test del Dna grazie ad un reperto rimasto sul jet. Negativa la risposta. La verità rimane nascosta nelle foreste del Grande Ovest. A meno che l’uomo volante non sia riuscito a fregare tutti.
La caccia lunga 43 anni al dirottatore saltato da un jet con 200 mila dollari
Dopo il volo con il paracadute è sparito nel nulla, secondo l’Fbi è morto. Una parte del riscatto è stata ritrovata vicino a un fiume da un bambino
di Guido Olimpio
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L’ uomo che ha comprato il biglietto a nome di Dan Cooper siede al posto 18c del volo Northwest Orient Airlines in servizio da Portland, Oregon, a Seattle. A bordo altri 36 passeggeri, molti diretti a casa per festeggiare il Giorno del Ringraziamento, la festa più sentita dagli americani.
Cooper ha ordinato e pagato un drink. Fuma. Allora era lecito. Nulla di strano. Resta tranquillo, dando ogni tanto un’occhiata alla sua ventiquattrore tenuta sotto il sedile. Poco dopo il decollo, avvenuto alle 14.50 di quel 24 novembre 1971, fa un cenno alla hostess e le passa un biglietto, dove c’è scritto «ho una bomba nella valigetta». Poi altre istruzioni: vuole 4 paracadute e 200 mila dollari. Una grossa somma per quei tempi. Vuole che lo prendano sul serio, così apre leggermente la valigetta per mostrare all’assistente il contenuto. Ci sono dei cilindri con fili elettrici, tubi che ricordano quelli di un ordigno. L’hostess avverte il capitano che, a sua volta, contatta le autorità. Si tratta ad alta quota, ma la risposta è scontata: accettiamo. Sono le 17.24. Quindici minuti dopo il jet Boeing 727 atterra a Seattle.
Come previsto i passeggeri sbarcano, a bordo restano l’equipaggio e «Cooper», descritto come un uomo sulla quarantina, alto quasi 1.80. Arrivano i soldi, la polizia porta i paracadute. «Non di tipo militare», ha precisato il misterioso dirottatore. Gli sbirri obbediscono. L’aereo è rifornito e alle 19.40 decolla ancora. «Rotta sud, andiamo in Messico». Il pirata ordina al comandante di mantenere una velocità minima ad una quota di 3 mila metri, carrello abbassato, carlinga non pressurizzata. Obbediscono. Trascorrono i minuti. Velocissimi. Alle 20 nella cabina di pilotaggio si accende la spia che segnala l’apertura del portellone posteriore del 727. Tredici minuti dopo accade qualcosa di incredibile. Il signor Cooper si lancia in una zona – le coordinate sono necessariamente approssimative – lungo il fiume Lewis, sud dello stato di Washington.
Il dirottatore ha scelto davvero una brutta notte per tentare il colpo della vita. C’è cattivo tempo, fa freddo, piove pesante. E lui non sembrava avere gli abiti adatti. Un trench nero. Una giacchetta dello stesso colore, così come la cravatta. Mocassini. Sembra un uomo d’affari e non un Rambo. Il buio lo inghiotte.
Polizia locale, Fbi e persino i soldati della Guardia nazionale partono alla caccia di «Cooper». Prima lungo il fiume, quindi allargano il raggio a gole impervie. La Scientifica lavora sui reperti: una traccia (tenue) di Dna, una cravatta, le impronte sconosciute, un mozzicone di sigaretta lasciato dal passeggero. Poi via con le testimonianze. Inconcludenti come l’identità falsa usata per comprare il biglietto. «Dan» ha fatto le cose per bene. Gli investigatori cercano e ricercano. Confrontano schede di presunti sospetti, verificano dritte improbabili. È scontato pensare ad un ex paracadutista. Uno che abbia abbastanza fegato da aprire il portello di un jet e sparire nel vuoto.
Le segnalazioni si moltiplicano, alimentate dalla leggenda dell’uomo diventato «DB Cooper» per l’errore di trascrizione da parte di un giornalista. Ci sono dei matti – che poi matti non sono – che vanno in cerca «dei suoi resti», sperando di trovare il bottino. Può sembrare incredibile ma c’è chi becca qualcosa. Si chiama Brian Ingram, un bimbo di appena 8 anni che percorre insieme alla famiglia la riva del fiume Columbia, a nord di Portland. Sotto il fogliame il ragazzino scopre tre pacchetti di banconote, 5.800 dollari, mangiucchiati dal tempo. L’Fbi conferma: fanno parte del riscatto. È il febbraio del 1980.
Quei bigliettoni sbiaditi sono il primo segnale vero. E fanno discutere gli investigatori come gli appassionati di gialli. Forse Cooper li ha nascosti e poi non è riuscito a recuperarli. Oppure si sono persi durante il lancio. O ancora: li ha portati la corrente del fiume, come ipotizza uno studioso.
Ok, ora abbiamo parte del tesoro ma che fine ha fatto DB? Gli agenti sono convinti che sia morto, ucciso dalla tempesta o dall’impatto al suolo la notte del 24 novembre 1971. Altre ipotesi: ha fatto il servizio militare, si intendeva di aerei ed era abituato alla vita in ambiente ostile. Poi suggeriscono: forse per il nome si è ispirato a un fumetto franco-belga molto noto negli anni 60, «Dan Cooper», dove il protagonista era un asso del cielo. Suggestioni che sono rimaste appese amplificando la leggenda di un «most wanted». In questi ultimi anni sono spuntati in tanti sostenendo di essere figli, nipoti, fratelli, sorelle di DB. L’Fbi ha ascoltato tutti, in qualche caso ha eseguito il test del Dna grazie ad un reperto rimasto sul jet. Negativa la risposta. La verità rimane nascosta nelle foreste del Grande Ovest. A meno che l’uomo volante non sia riuscito a fregare tutti.

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