Aveva messo incinta la figlia di 13 anni: estradato dopo 2 anni di latitanza

manette arrestoAveva messo incinta la figlia di 13 anni e dopo aver tentato di farla abortire ingannando i medici, era scappato in Svezia, dove i poliziotti della squadra mobile della Questura di Rimini l’hanno rintracciato il giugno scorso. L’uomo, 39 anni, sudamericano, ma residente nel Riminese con la famiglia, è stato estradato l’11 agosto e al suo arrivo a Fiumicino, la polizia gli ha notificato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, firmata dal Gip riminese, Fiorella Casadei, per violenza sessuale e per aver cagionato un aborto.

Rimini, 20 Agosto. – L’uomo, dopo due anni di latitanza, si trova nel carcere di Rebibbia a Roma e il 15 settembre sarà portato a Rimini per essere sottoposto a prelievo del Dna che poi sarà confrontato con quello conservato e prelevato dal feto abortito dalla ragazzina. Adesso nell’indagine per violenza sessuale della squadra mobile se ne inserisce un’altra che tenderà a chiarire il ruolo di una clinica privata e di un medico compiacente che nel luglio del 2012 firmò un referto medico nel quale si attestava che la ragazzina era stata sottoposto a raschiamento e quindi ad un aborto.

Una vicenda complicata che nell’estate di due anni fa, viene segnalata alla polizia dagli assistenti sociali di due differenti consultori medici pubblici, quello di Rimini – Celle e quello di Riccione. La segnalazione partita dal personale d’assistenza spiegava come un uomo di origine straniera si fosse presentato al consultorio chiedendo di far abortire la propria figlia non ancora 14enne solo col proprio consenso. Il primo campanello d’allarme per il personale dei consultori era stata l’assenza della madre giustificata dal genitore con fantomatiche carenze psicologiche della donna.

Al rifiuto di praticare un aborto su minore senza il consenso di entrambi i genitori, l’uomo aveva risposto scegliendo una struttura privata dalla quale si era poi fatto fare un certificato di avvenuto raschiamento. Il certificato poi l’aveva consegnato al consultorio di Riccione dove la bambina era stata nuovamente sottoposta a ecografia. Tale esame però aveva evidenziato che l’aborto non era avvenuto. Messo alle strette e già controllato dalla polizia e della Procura della Repubblica, era tornato al consultorio stavolta con la moglie che aveva dato il consenso all’aborto della figlia. Il 31 luglio 2012, la ragazzina, al secondo mese di gravidanza, abortisce e la Procura ordina il prelievo del Dna dal feto per stabilirne la paternità.

Contestualmente ordina a padre e fratellino maggiore, anch’egli minorenne, della 13enne di sottoporsi a prelievo del Dna visto che una prima analisi aveva stabilito che tale paternità era da ricercarsi in stretti congiunti della ragazzina. All’esame però si sottoporrà solo il fratellino, che viene escluso dal Dna, mentre il padre della ragazzina dopo aver svuotato un conto corrente postale, scappa all’estero per sottrarsi alla polizia e alla moglie ignara dell’intera vicenda. La ragazzina infatti pare che non abbia mai confermato i rapporti col padre.

Messaggero