La Polizia incrimina, la legge assolve

volanti polizia notte pattuglie

Sembra il triste remake di una pellicola anni Settanta, invece è quanto sta accadendo con il decreto “svuota carceri”. Accusa il magistrato Padalino: “È l’impunità diffusa, la pena non esiste più”. Per le forze dell’ordine “una mazzata alla sicurezza”.

Torino, 21 Agosto. – Maltrattamenti in famiglia, uno dei reati più odiosi e purtroppo diffusi. Bene, anzi male come si vedrà, oggi l’autore di questo delitto in molti casi dopo essere comparso davanti al giudice invece di imboccare la via della carcerazione preventiva se ne può tornare libero. Se, infatti, non ha altra dimora diversa da quella in cui vive con la sua vittima dove poter scontare gli arresti domiciliari, non deve sottostare ad alcuna restrizione della libertà personale. Furto in appartamento, altro reato ed altra sorpresa. Se a commetterlo è un cittadino italiano con una dimora, eviterà il carcere ma non gli arresti domiciliari, mentre se il ladro è uno straniero senza fissa dimora uscirà da Palazzo di Giustizia per tornare libero e forse a ripetere il reato: la legge impedisce la carcerazione preventiva e se non ha una casa dove abita, per lui la libertà è garantita. Sono soltanto due esempi, estremamente concreti, di quanto non solo può capitare ma già accade in queste settimane in cui il decreto “svuota carceri”  ha mostrato tutte le sue pecche e le auspicate correzioni, semmai ci saranno, arriveranno solo con la conversione in legge del decreto prevista per il prossimo 26 agosto.

«Il risultato di questa situazione è la riduzione di non meno di due terzi delle misure cautelari in carcere, ma a cascata anche di quelle domiciliari, che ogni giorno si applicano in una città come Torino. A questi – spiega allo Spiffero il sostituto procuratore della Repubblica Andrea Padalino– vanno aggiunti coloro che erano in carcere e che dovendo rispondere si reati la cui pena è  inferiore ai tre anni, sono già usciti di galera».  Situazione ormai fuori controllo anche e soprattutto sul fronte dello spaccio di sostanze stupefacenti. «In base alla nuova norma e in attesa di modifiche auspicate da più parti, quasi sempre alla richiesta di arresto da parte pubblico ministero viene opposto il rifiuto da parte del Gip che basa la sua decisione sulla “svuota carceri”. È triste dirlo, ma ormai ci troviamo di fronte a una serie di reati per cui la pena, di fatto non esiste più».  Ma, soprattutto, ci si trova dinanzi a una legislazione che mostra tutte le sue carenze e, non di rado, le sue contraddizioni: «Se il codice prevede che per reati la cui pena massima non superi i cinque anni non si possa applicare la carcerazione bensì i domiciliari e se il reato di spaccio di modica quantità ha come massimo quattro anni e mezzo, è evidente non solo che nessuno finirà più in cella, ma molti, ovvero quelli senza dimora, eviteranno pure i domiciliari». Neppure ripetute recidive potrebbero valere a far superare il limite dei cinque anni e, così, si arriva al paradosso che uno spacciatore può essere fermato un giorno si è e uno no, uscendo sempre al massimo dopo una notte in camera di sicurezza.

Ce n’è quanto basta per far denunciare la situazione da parte del  Siap, uno dei maggiori sindacati di polizia, il cui segretario provinciale Pietro Di Lorenzo senza troppi giri di parole accusa: «L’avevamo detto in anticipo che il decreto svuota carceri sarebbe stata un’altra mazzata alla sicurezza dei cittadini ma, come sempre, non ci hanno voluto ascoltare». Per Di Lorenzo «la situazione è grave perché gli effetti pratici dell’applicazione di questa legge hanno contribuito ad alimentare la già diffusa convinzione che esista una sostanziale impunità, a vantaggio dei professionisti del crimine, dei soggetti più spregiudicati, di coloro che ritengono di non aver molto da perdere e conseguono guadagni incrimina-locandinasignificativi attraverso lo spaccio di sostanze stupefacenti, ben sapendo che, nella peggiore delle ipotesi, non rischieranno di trascorrere neppure un giorno in carcere. È una norma che va rivista urgentemente perché incide pesantemente sull’operatività delle Forze di Polizia e, più in generale, sui livelli di sicurezza reale e percepita».

Valutazioni e allarmi, quelli del magistrato e del rappresentante delle forze di polizia,  che trovano conferma non solo nell’esplosione del numero di chi evita la carcerazione e spesso pure le misure alternative come i domiciliari, ma anche e soprattutto in una serie di reati per i quali il decreto stabilisce, nei fatti, la garanzia di non finire in cella: si va dallo stalking al furto, fino alla violenza privata. Con situazioni paradossali come quella della vittima di maltrattamenti in famiglia costretta se non a convivere con il suo aguzzino agli arresti domiciliari, di vederlo circolare libero come se nulla fosse. O il “privilegio”, ovvero l’assoluta libertà, di cui possono godere coloro che sono senza fissa dimora rispetta a chi una casa ce l’ha e contrariamente a loro finisce ai domiciliari.

«Ci si augura che, come annunciato, la legge di conversione sani tutte queste pecche contenute nel decreto. Ma è altrettanto probabile che si inneschi successivamente una serie di eccezioni di costituzionalità, viste appunto le disparità di trattamento che la norma, di fatto, contiene», commenta il pm Padalino. Nell’attesa che a Roma si mettano le non poche pezze alle falle della normativa, a Torino come nel resto della regione e del Paese gli autori di un buon numero di reati gode, di fatto, di una sorta di impunità. Avere, grazie a questo, carceri meno affollate sarà pur obiettivo in parte raggiunto, ma con un mezzo che mostra tutta la sua inadeguatezza e che comporta gravi conseguenze. «La realtà è sconcertante – dice il segretario del Siap –  ed inconfutabile:  a fronte dell’immutata attività criminale le detenzioni in carcere sono dimezzate».  Per dirla con un titolo di un poliziottesco degli anni Settanta “La polizia incrimina, la legge assolve”.

Fonte: Lo Spiffero