Le violenze in Iraq: Occidente, Onu e Lega Araba assenti ingiustificati

ImmagineIl fanatismo islamico avanza e miete vittime ma i grandi del mondo sembrano passivi di fronte al dramma. Serve una grande coalizione per fermare l’Isis
Roma, 22 agosto 2014 – Persino il gesto più efferato e inumano può contenere un segnale politico. La decapitazione del giornalista americano James Foley dimostra che il contrattacco dei peshmerga (il corpo combattente del Kurdistan iracheno) può fermare e respingere l’avanzata del fanatismo islamico verso il cuore dell’Iraq quando è fortemente sostenuto dai raid dell’aviazione americana. Il «Califfato dell’Isis» (Stato islamico dell’Iraq e della Siria) sa ora che può essere battuto.

Le condizioni, oggi, sono potenzialmente alquanto diverse da quelle delle scorse settimane. Nonostante le pressioni di alcuni settori dell’opinione pubblica e del Congresso, il presidente degli Stati Uniti sembra deciso a non intervenire militarmente; ma ha inviato un migliaio di «consiglieri» che appartengono in parte alle forze speciali, e ha stretto un’alleanza operativa tra le milizie curde e l’aeronautica militare degli Stati Uniti. Mentre i peshmerga riconquistano la diga di Mosul e cercano di liberare la città fulmineamente occupata all’inizio d’agosto, l’esercito iracheno sta operando con maggiore efficacia nella zona di Tikrit. Non è, sperabilmente, lo stesso esercito che è fuggito in disordine cedendo le sue armi al nemico durante la prima fase del conflitto. A Bagdad esiste un nuovo presidente del Consiglio, Haider Al Abadi, gradito sia a Washington che a Teheran, meno settario e imbelle del suo predecessore. Molte tribù sunnite sembrano avere compreso che il Califfato sarebbe più pericoloso per il loro futuro di quanto siano stati sinora gli sciiti di Bagdad.

Indifferenti e passive sino a qualche giorno fa, potrebbero domani combattere contro i fondamentalisti dello Stato islamico come combatterono contro Al Qaeda nell’ambito della strategia perseguita dal generale Petraeus nel 2007.
Esistono ancora molti vuoti che occorre riempire. Obama reagisce all’avvenimento del giorno, ma non sembra avere un disegno complessivo degli obiettivi da raggiungere, una strategia all’altezza delle circostanze. Gli europei si muovono in ordine sparso con decisioni spesso giuste (come quella adottata ieri dalle commissioni parlamentari italiane sulla fornitura di armi ai peshmerga), ma senza riferimenti a una politica comune. La Lega Araba è assente. L’Onu è inerte, impotente. La responsabilità è anche di coloro (i membri della Nato) che decisero di scavalcare la maggiore organizzazione internazionale all’epoca della guerra del Kosovo. Ma il segretario generale non può limitarsi a essere il silenzioso e condiscendente notaio delle grandi potenze: ha responsabilità internazionali e ha l’obbligo di fare maggiormente sentire la sua voce.

Per salvare l’Iraq ciò che serve in questo momento è una grande coalizione fra tutti coloro che hanno un evidente interesse a fermare per tempo l’avanzata di una minoranza fanatica. Quando esiste un nemico comune – non meno pericoloso per l’Iran, la Turchia e la Russia di quanto sia per gli Stati Uniti e l’Unione Europea – le altre divergenze divengono irrilevanti e devono passare in seconda linea. Occorre fare, in altre parole, ciò che riuscì a George H. W. Bush quando decise che la liberazione del Kuwait, aggredito dall’Iraq di Saddam Hussein, avvenisse sotto l’egida dell’Onu con il consenso esplicito o tacito di tutte le maggiori potenze. Oggi, mentre il suo lontano successore sembra esitante e incerto, questo compito dovrebbe ricadere anche e soprattutto sulle spalle dell’Unione Europea.

di Sergio Romano

Fonte Corriere della Sera