Esplode la rabbia dei poliziotti: «Ora ridateci le nostre divise»

poliziotti2Le auto di polizia e carabinieri che da giorni non entrano più al rione Traiano. I sindacati: «Ci hanno fatto nascondere, è stata una resa dello Stato»

NAPOLI — Le auto di polizia e carabinieri che da  giorni non entrano più al rione Traiano. Gli agenti costretti a «nascondere» le uniformi durante le manifestazioni. La decisione di mandare solo uomini in borghese ai funerali. È la strategia adottata per «contenere la tensione» dopo la morte di Davide Bifolco e la rivolta del quartiere. Una tattica che ha oggettivamente funzionato, ma che non è condivisa da chi lavora sul campo. E i malumori della polizia, oggi, non sono più solo un retroscena come quello svelato ieri dal Corriere del Mezzogiorno. No, quella rabbia ha il volto e la voce dei leader dei maggiori sindacati. «La linea del basso profilo equivale a un segnale di resa. Ora basta. Rivogliamo le nostre divise. E lo Stato deve tornare al rione Traiano».Vincenzo Annunziata, segretario generale del Siulp di Napoli, parla esplicitamente di «anomalia» nella gestione di ciò che è seguito a «un evento che sarà giudicato dalla magistratura». E quell’«anomalia» la riassume così: «Ci hanno fatto nascondere le divise, non ci hanno permesso di entrare nel quartiere. È come se avessimo di fatto rinunciato al controllo del territorio». La morte di Davide, beninteso, «è un evento drammatico, perché perdere un figlio è una tragedia per chiunque. Però non si può pensare che a un alt di polizia o carabinieri tutti possano fuggire via. Se io fermo uno scooter e quelli in sella scappano, io penso che il motorino è stato rubato, che magari è stato utilizzato per commettere un reato, che a bordo ci possono essere dei killer. Certo, può anche accadere che quei ragazzi fuggano solo perché non hanno patente o assicurazione, ma come faccio a saperlo prima? Corro il rischio di farmi sparare? Governo e Parlamento ci dicano allora cosa fare in questi casi, come ci dobbiamo comportare». Il caso Napoli, tra l’altro, si somma a quello del blocco del tetto salariale, alimentando «una rabbia assordante che fatichiamo a contenere. A Ponticelli, qualche settimana fa, hanno sparato contro i poliziotti, ma lì nessuno è sceso in strada a protestare. Noi invece abbiamo dovuto nascondere le nostre divise. Perché? Siamo rappresentanti dello Stato italiano, non è accettabile la decisione di lasciare zone franche nelle quali può operare indisturbata una camorra che sfrutta queste vicende per conquistare fette di città. Il risultato è che oggi noi non sappiamo quali reati si stanno commettendo al rione Traiano. E chi protegge le persone oneste del quartiere da quei reati? La verità è che abbiamo ceduto alla piazza». Ha ceduto anche il comandante provinciale dei carabinieri Marco Minicucci, che s’è tolto il cappello su richiesta dei manifestanti? «Il carabiniere risponde alla sua coscienza, io so solo che il berretto d’ordinanza va sempre indossato. E poi, a dirla tutta, la domanda è un’altra: quei manifestanti potevano stare sotto la caserma Pastrengo? È possibile che un corteo vada dove vuole senza autorizzazioni? Se ci prova lei la denunciano. È ora di smetterla. Il rione Traiano fa ancora parte dell’Italia, e lo Stato ci deve tornare subito: non possiamo cedere la sovranità alla camorra per paura che ci rompano un’auto».Il clima, insomma, è questo. E, del resto, basta farsi un giro tra i social network e nei forum più frequentati per capire quanto stia montando il malcontento degli agenti. L’utente Giopale, sul sito poliziotti.it, se la prende ad esempio con il premier: «Spiace l’assordante silenzio di Renzi sulla vicenda di Napoli: doveva esprimere fiducia nelle forze dell’ordine, stigmatizzare la fuga e dispiacersi per il ragazzo. Questo silenzio dà forza invece ai denigratori, a quelli che hanno interesse a delegittimarci». Già, ché a sentire Gianni Tonelli — segretario generale del Sap — in questa storia del rione Traiano dietro la vera «tragedia» di Davide si sono saldati interessi che nulla hanno a che fare con la morte del ragazzo. «Quello della camorra, innanzitutto. E poi quello del partito anti-polizia, un fronte trasversale di persone allergiche alle divise d’ogni colore che appena possono ci contestano. Eppure fino a oggi in quel quartiere io manifestazioni a favore delle vittime della camorra non ne avevo mai viste. E, per la verità, non avevo neppure mai visto tanti testimoni». Quel che più fa infuriare Tonelli, però, è «l’atteggiamento surreale» delle istituzioni. «È del tutto ingiustificato. Ci dobbiamo nascondere come se ci fosse qualche responsabilità da dover celare. Ma non mostrare le divise significa dichiarare la resa dello Stato, assecondare atteggiamenti che non hanno diritto di cittadinanza. Se ci sono responsabilità per la morte di Davide saranno accertate, perché a noi sconti non ne fanno. Ma è una follia abdicare, arrendersi alla camorra che ci vuole fuori di lì, abbandonare i cittadini perbene che abitano in quel quartiere. Uno Stato non può cedere. E, da questo punto di vista, non m’è piaciuto neppure il gesto del carabiniere che s’è tolto il cappello: ha stemperato i toni, certo, ma è stato comunque un segnale di arretramento».Gregorio Bonsignore, segretario generale del Siap in Campania, canta invece fuori dal coro. Certo, anche lui deve faticare a convincere i colleghi, «soprattutto quelli della squadra mobile, arrabbiati perché non si sentono tutelati e ritengono che togliersi il cappello o non mostrarsi in divisa siano visti come segnali di una resa dello Stato». Lui, Bonsignore, invece la pensa in maniera diversa. Dice che «il gesto del comandante provinciale dei carabinieri è lodevole a livello professionale, perché dimostra un’altissima capacità di gestione dell’ordine pubblico». E spiega che «non mostrare le uniformi significa togliere occasioni a chi vuole creare tafferugli. È un po’ come quando ci fu la finale di Coppa Italia all’Olimpico: aver discusso con Genny la carogna davanti a tutti non era un atto di sottomissione, ma un protocollo utilizzato quando c’è da gestire una moltitudine di gente». È per questo che polizia e carabinieri oggi si devono tenere lontani dal rione Traiano: «È come entrare con una tanica di benzina in una fabbrica che brucia mentre i pompieri stanno provando a spegnere l’incendio. Lì ci sono persone che vogliono chiudere le frontiere, rendere il quartiere inaccessibile per poter gestire liberamente le attività illecite. E lo fanno passando sul cadavere di un loro amico utilizzato a mo’ di pretesto: se adesso andiamo lì, gli diamo l’occasione di provocarci». Lo scontro, insomma, è da evitare: «Loro non hanno nulla da perdere, perché molti sono pregiudicati. Noi invece non abbiamo regole d’ingaggio certe: basta un tizio con un cellulare che riprende mezza scena estrapolandola dal contesto e finiamo di nuovo sott’accusa. Dobbiamo attendere, ma è ovvio che poi lo Stato tornerà al rione Traiano. E, sia chiaro, lo farà per applicare la legge, non per vendetta».

Fonte: Corriere del Mezzogiorno

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