Muore il figlio disabile e perdono la casa popolare

chiavi-di-casaNon c’è più “emergenza abitativa”. Lei ha un tumore, lui è esodato

Torino, 15 settembre 2014 – C’è chi sostiene che nella vita non esista nulla di più equo: il caso, il cosmo, un dio democratico distribuiscono malattie incurabili con imparzialità. Un po’ qui e un po’ là. Poi c’è chi crede che la parità sia soltanto presunta. Dipende dal ceto economico a cui il malato appartiene: se è basso il male perde i confini, si espande e diventa un bomba che sgretola il futuro di una famiglia. Ma deve essere basso abbastanza, altrimenti può essere anche peggio.
Questo è quel che è accaduto a Renato e Maria Del Peschio. Hanno 62 anni, sono marito e moglie, vivono a San Mauro. Hanno perso un figlio e la casa. A uccidere il primo è stata la tetraparesi spastica. Ad allontanarli dalla seconda, lo sfratto dell’Atc. Poi lui, Renato, ha anche perso il lavoro: faceva l’impiegato alla De Agostini, oggi è un esodato per la riforma Fornero.

La malattia a sei mesi
La loro storia la racconta la figlia, una sorta di sopravvissuta della vita, una giovane donna esile, occhi nocciola, profondi, tristi, arrabbiati: «Nasco 30 anni fa non da sola. Il mio gemello si chiamava Mattia ed è morto il 18 novembre del 2013. Io invece sono Serena ma solo di nome».
Serena Del Peschio , laureata, lavora in una industria farmaceutica. Si è sposata pochi mesi prima che il gemello morisse per una polmonite. Una complicanza della tetraparesi. Mattia viveva su una carrozzina e si nutriva grazie a una sonda nello stomaco. La madre gli ha cambiato pannolini fino alla fine. Si è spaccata la schiena. La sua gemella sostituiva flebo di antibiotici otto volte al giorno. Usava un timer da forno per segnare i tempi regolari, fissi.

Il dramma
Però Mattia era nato sano. I neonatologi non avevano trovato nulla di strano in lui. Piuttosto erano preoccupati per Serena. Mentre Mattia era «uscito» per primo, lei non voleva saperne di nascere. Così aveva messo a rischio il suo sviluppo. Ma Serena è tenace, non molla e cresce sana. È in Mattia che qualcosa si blocca, aveva 6 mesi. Da quel momento tutto dei suoi familiari: orari, abitudini, stato d’animo, ruota attorno a lui.

L’alluvione
«Vivevamo in un bilocale a San Mauro – racconta Serena – che fu devastato dall’alluvione del 2000. Perdemmo tutto: vestiti, mobili, ricordi. Una perizia dichiarò la casa inagibile e il Comune ci notificò lo sgombero immediato. Mia madre era una baby pensionata. Lasciò presto il posto alla scuola materna per stare con mio fratello. La sua pensione oggi è di 800 euro. Mio padre per non farci mancare niente lavorava notte e giorno. Non siamo mai stati poveri in canna ma perso il bilocale non abbiamo avuto la possibilità di prendere un’altra casa funzionale alle difficoltà di mio fratello». Il passo successivo è stato rivolgersi al Comune per una casa popolare. Ma il reddito della famiglia, basso ma non bassissimo, sforava di poco il limite procapite. Niente assegnazione. Per quattro anni i Dal Peschio trovano sistemazione nella dependance di un uomo generoso. La abitano in comodato d’uso, ma morto lui non sanno dove altro andare.
Pressano il Comune. «Siamo stati costretti – racconta Serena – dovevamo garantire a Mattia gli spazi giusti: accessi per la carrozzina, l’ascensore a norma, la possibilità di allestire una sorta di infermeria. Potevamo permetterci solo una casa Atc». Il Comune, dopo mille insistenze, trova una sistemazione: la casa c’è ma non ha termosifoni, non ha pavimenti, alcuni muri sono pericolanti. Bisogna ristrutturarla da cima a fondo ma dovrà essere a carico di chi la abiterà. Per l’affitto verranno stipulati contratti biennali per «emergenza abitativa». La famiglia accetta nel 2004 e per la ricostruzione s’indebita.

La morte e lo sfratto
Un a vita in salita: un contratto ogni due anni, canoni regolarmente pagati, Mattia cresce, curarlo in casa è costoso e complicato. La madre si ammala di tumore, il padre perde il lavoro. Serena non viene mai lasciata in un angolo: studia con ottimi risultati, partecipa, si occupa del fratello. Va in Comune parla con assessori e assistenti sociali perché alla sua famiglia venga garantita una sistemazione definitiva. Si innamora. E si sposa a luglio 2013. Ma alla fine tutto crolla.
Crolla dentro, a novembre, per la morte di Mattia. E crolla fuori per lo sfratto dell’Atc: per la legge, venuto a mancare il figlio disabile, cessa la condizione di «emergenza abitativa». La famiglia deve lasciare la casa. «Mattia era la mia metà – dice Serena – e oggi sono senza fiato. Quel che mi resta lo uso per chiedere aiuto e giustizia. Se mi espongo è per i miei genitori schiacciati dalla vita. Persone straordinarie che hanno dedicato tutto, tempo, soldi, amore, energie a un figlio malato. Urlo per loro, e per altri padri e madri senza ganci a cui aggrapparsi. Perchè le persone eccezionali esistono, solo che non hanno voce».

di Elena Lisa
Fonte La Stampa
A.L.