Matteo contro forze dell’ordine e toghe

renzi17 Sett. – Matteo contro tutti. Si ha l’impressione di vivere un déjà vu: il discorso del premier Renzi, ieri alla camera, ha il terribile sapore del già sentito. E anche del già visto perché, a parte i concetti identici, nell’intervento del 24 febbraio, giorno della fiducia alla Camera, e in quello di ieri, il presidente del Consiglio aveva pure abito, cravatta e camicia molto, ma molto simili. Per Matteo Renzi ieri è stata una lunga giornata: prima il confronto con il Parlamento e poi la direzione del partito. Ha sfidato tutto e tutti: ma soprattutto la magistratura e le forze dell’ordine.

Legge elettorale, superamento del bicameralismo perfetto e poi lavoro, fisco, pubblica amministrazione e scuola. Tutti settori, i gangli vitali dello Stato, nei quali intervenire con profonde riforme. Ha parlato così sette mesi fa Renzi, chiedendo la fiducia e ha riparlato così ieri. Sottolineando che bisogna fare presto. Ma sorge spontanea una domanda: come sono stati utilizzati i sette mesi che intercorrono tra il discorso «a» di febbraio e il discorso «b» di settembre?

Matteo Renzi ieri si è presentato in Parlamento per spiegare il piano dei mille giorni, prima ha parlato degli ultimi mesi: «L’Italia ha interrotto la caduta, ma questo non basta, non è sufficiente». E ancora: al governo «non basterà la crescita di qualche decimale, non siamo qui per mettere il segno da meno a più virgola, siamo qui per lasciare il segno in modo indelebile». Tre i punti fondamentali dell’intervento parlamentare del presidente del Consiglio: «L’orizzonte del 2018», l’accelerazione sulla riforma del lavoro e la forte rivendicazione di un garantismo che per Renzi sarebbe nel «dna» dei democratici. Delle stesse emergenze aveva parlato al suo esordio. Ieri ha chiesto fiducia fino alla fine della legislatura. «Noi chiediamo di abituarci al concetto che si vada a votare nel febbraio 2018», è stata la premessa. Con i mille giorni, ha spiegato Renzi, si «imposta un ragionamento che ci porta al 2018». Però «a condizione di mettere in campo le riforme necessarie». Ragionamento identico aveva fatto sette mesi fa. Perfino la «parabola» del cassintegrato è terribilmente simile. A febbraio aveva detto: «Il dato del 12,6 per cento sulla disoccupazione non è un numero. Lo sapete meglio di me, ma lasciatevelo dire da chi ha vissuto come drammatico il momento nel quale incontri un cassintegrato». E ieri: «La decrescita è felice solo per chi non ha mai visto in faccia un cassintegrato». Renzi ha declamato l’amaro menù di tutto di quello di cui il Paese ha bisogno, incassando dall’emiciclo dodici scariche di applausi, la maggior parte dai compagni di partito. E manco tutti. Niente marò e niente immigrazione. E poi se l’è presa con le toghe: «È finito il tempo della rendita per quei magistrati che pensano che la sospensione feriale di 45 giorni sia un tabù invalicabile». E infine con le forze dell’ordine: «Non possono permettersi di evocare delle forme di protesta che sono contro la legalità».

Antonio Angeli – Fonte: Il Tempo

lc