Le suore la sottrassero alla madre per garantirle un futuro migliore: ma nella famiglia adottiva il padre era un pedofilo

bambina picchiataIrlanda, 19 settembre 2014 – Quando Maria Monaghan, oggi 64 anni, fu strappata dalle braccia della sua giovane mamma Theresa per essere destinata a una “vita migliore” aveva solo 2 anni.

Era il 1952. Nell’Irlanda ultra cattolica le ragazze che restavano incinte fuori dal matrimonio erano relegate in conventi di suore. Loro lavoravano e i bambini crescevano nell’attesa. L’attesa di una lussuosa macchina che li avrebbe portati a vivere presso una ricca famiglia con una grande casa. L’attesa della morte, nei casi di totale abbandono, per malattia e malnutrizione.

Essere una ragazza madre era un castigo, una colpa da espiare davanti a Dio e davanti agli uomini. Un oltraggio talmente grave da non meritare una vita né come donna né come mamma. In quegli anni tra i 40mila e i 60mila bambini furono dati in adozione dalle suore irlandesi. Degli altri meno fortunati non si riesce ad avere una stima certa. Una triste realtà raccontata magistralmente dal regista Stephen Frears nella sua opera dolceamara Philomena, ragazza madre di un bimbo strappatole dalle braccia per intraprendere un viaggio verso gli States che gli garantisse una vita migliore. Lo stesso viaggio che intrapresero altri 2mila bambini, compresa Maria, più di 62 anni fa. Solo che il miraggio di una vita migliore catapultò la piccola da un incubo a un altro ancora più grosso: ad attenderla c’era una famiglia californiana con un padre adottivo, William O’Brien, violento e burbero che abusò di lei fino all’adolescenza.

Per il mondo esterno, la sua era una famiglia perfetta: William era un ricco uomo d’affari, un personaggio molto rispettato, mentre la madre era una donna gentile e dignitosa. Ma dentro le mura di quella gabbia dorata Maria stava vivendo un incubo terribile: «All’inizio ero spesso malata – ha raccontato – avevo una serie di allergie e il cibo mi faceva stare male». Uno spunto per una serie di punizioni fisiche alle quali negli anni se ne aggiunsero di sempre più gravi. «Se facevo la pipì a letto, William mi mandava a dormire in bagno. Se stavo male venivo picchiata, fino a quando non iniziarono gli abusi sessuali». Con gli O’Brien che ci tenevano a mantenere le apparenze di fronte ad amici e vicini di casa, la bambina smarrita, in poco tempo, si ritrovò sola e senza nessuno a cui rivolgersi. «Se avessi detto qualcosa probabilmente non avrei vissuto un giorno in più. Nessuno poteva proteggermi e le violenze erano diventate la routine nelle mie giornate».

Gli abusi durarono fino a quando, diventata adolescente, fu abbastanza grande da scappare via di casa. In mano non aveva niente se non i cocci di una vita da ricomporre e cicatrici che mai sarebbe riuscita a sanare.
Oggi la donna soffre di un disturbo da stress post-traumatico e deve fare i conti con i fantasmi che ogni notte si presentano a tormentarla. Non molti anni fa ha deciso di ricostruire parte del puzzle della sua vita mettendosi sulle tracce di Theresa, la madre biologica. Aveva cinquantadue anni quando volò a Londra per incontrarla: «Mi avvicinai e l’abbracciai. Lei è rimasta di ghiaccio – ha raccontato Maria – Ho capito che dovevo andarci piano».

Ma Theresa aveva convissuto tutta la vita con un passato che voleva sotterrare: la vergogna per una figlia avuta fuori dal matrimonio la perseguitava ancora ed era molto riluttante a presentare Maria alla famiglia irlandese.

«È stato molto chiaro che dovevo tenere la bocca chiusa. Ero un segreto. Dovevo figurare come una cugina perduta. Ho accettato questa condizione ma molti hanno indovinato la mia vera identità». Madre e figlia hanno potuto imparare a conoscersi in un arco di tempo lungo 10 anni: Theresa è morta nel 2010 portando con sé la vergogna che non l’aveva mai abbandonata.

di Federica Macagnone
Fonte il Messaggero
A.L.