“Telefoniste umiliate al call center”, chiesto il processo per le responsabili

imageBATTUTE e gesti goliardici da caserma? O vere e proprie vessazioni, con allusioni a sfondo sessuale inaccettabili? In ogni caso, non di caserma, si trattava ma di call center. Quelle frasi, poi, si sviluppavano in una direzione: dall’alto verso il basso, dalle caposala alle telefoniste. Tutte donne. Le prime, più o meno, in carriera. Le seconde con l’ansia del domani, per via dei rapporti di lavoro precari. «Volevamo solo generare un clima di complicità e allegria per spezzare la monotonia del lavoro», dicono le prime. «Venivamo umiliate, tenute sotto scacco…» dicono invece le nove operatrici che figurano parti lese nel procedimento per maltrattamenti, reato contestato alle «cape» di un call center con sedi a Licciana Nardi e a Sarzana.

Loro sono quattro: L.V., di 42 anni, S.R. di 50 anni, M.R. di 51 anni, R,S. di 36 anni. Il pm spezzino Federica Mariucci ha chiesto il loro rinvio a giudizio, avallando i rapporti del comandante della Tenenza di Sarzana della Finanza, il luogotenente Luigi Serreli, che ha condotto le indagini «sul campo». Indagini lungo due fronti: su contratti di lavoro e prestazioni professionali e sull’«ambiente» di due call center, con gli ’affondi’ delle cape per incentivare le vendite attraverso i contatti telefonici a largo spettro, per questo o quell’oggetto o servizio. Ebbene, sul primo fronte la finanza ha concluso le verifiche emettendo verbali capaci di innescare le azioni di rivalsa e sanzionatoriedi Inps e Ispettorato del lavoro: oltre 300 le operatrici il cui inquadramento è risultato irregolare rispetto alla sostanza del lavoro sviluppato, sopratutto in termini di durata. C’è poi il procedimento penale, approdato alla richiesta di rinvio a giudizio, dopo le memorie presentate dalle imputate.

«Numerose le testimonianze di smentita delle accuse e le attestazioni di solidarietà che abbiamo raccolte a favore delle nostre assistire, dicono gli avvocati difensore Daniele Caprara, Alessandro Rappelli e Marco Argenziano, pronti a contestare in modo serrato tutti gli addebiti mossi alle loro assistite con l’assunto che la goliardia è stata scambiata per maltrattamento. Dovranno lavorare non poco per smontare il capo di imputazione là dove, genericamente, si parla di «reiterate vessazioni, ingiurie, non gradite allusioni sessuali e in alcuni casi anche palpeggiamentio» che hanno «umiliato la dignità delle lavoratrici», così da renderne loro intollerabile la convivenza nel’ambiente di lavoro, per un lungo periodo: dal 2010 alla primavera del 2013. Ci sono poi le contestazioni puntuali ad uno singola imputata. C’è chi è accusato di aver pronunciato epiteti pesanti e di aver trascinato una dipendente all’uscita, prendendola per un braccio, c’è chi deve rispondere di una sorta di rito propiziatorio per l’asserito scopo di incrementare gli ordini: il passaggio fra le postazioni di una statuetta di Priapo con la pretesa che tutte le operatrici la sfregassero sulle parti genitali. E poi inviti espliciti ad essere prodighe nelle consumazioni sessuali per assumere più energia e disinvoltura nelle trattative telefoniche con la clientela.

Massa Carrara, 4 ottobre 2014
LICCIANA NARDI
Fonte La Nazione
A.L.