L’avvocato di Riina avverte re Giorgio: “Non andremo lì a scaldare la sedia”

ImmagineNessuno può sapere se i capimafia Totò Riina e Leoluca Bagarella faranno scena muta. Di sicuro il 28 ottobre potrebbero essere presenti, e dire la loro, in videoconferenza al Quirinale dove i pm palermitani, nell’ambito del processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia, ascolteranno il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Quello che è certo, però, è che i loro legali non andranno sul Colle a «scaldare la sedia». Luca Cianferoni, infatti, difensore del capomafia “Totò u’ curtu”, dice al Tempo : «Ci comporteremo con la massima professionalità, faremo domande tecniche, che sceglierò io, perché l’avvocato sono io, ma certamente non andremo lì a scaldare la sedia. Sappiamo già quali domande porremo, ma non le voglio anticipare». La decisione del giudice della Corte d’assise di Palermo, Alfredo Montalto, di accogliere la richiesta del pm Di Matteo sulla necessità di sentire come testimone Napolitano, non esclude, intanto, che anche i due stragisti detenuti al 41bis, se presenti, potrebbero prendere la parola.
Ma ancora prima, non può precludere la loro presenza. Quando il giudice ha detto “sì” alla testimonianza del Capo dello Stato, infatti, ha fatto riferimento all’articolo 502 del codice di procedura penale, che recita: «In caso di assoluta impossibilità di un testimone (…) a comparire per legittimo impedimento, il giudice, a richiesta di parte, può disporne l’esame nel luogo in cui si trova». E al secondo comma, oltre al passaggio sull’esclusione del pubblico, si legge: «L’imputato e le altre parti private sono rappresentati dai rispettivi difensori. Il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame». L’articolo, dunque, è imperativo: il giudice, su richiesta formale, «ammette», e non «può ammettere». E visto che la richiesta di essere presenti c’è già, Montalto potrebbe avere le mani legate. È vero che, in casi precedenti, di fronte alla “assoluta impossibilità” di un testimone di essere presente in aula, dovuta, ad esempio, a malattia, intervento chirurgico, ecc, l’udienza si è tenuta nel luogo dove il teste si trovava e senza la presenza, per ovvi motivi, di tutti gli imputati, ma questo è un caso unico. Non siamo, infatti, di fronte alla “assoluta impossibilità” del Capo dello Stato di recarsi a Palermo, ma si sceglie il Quirinale perché si tratta del presidente della Repubblica, non di un teste qualsiasi. Ragion per cui gli imputati, Riina e Bagarella, hanno avuto buon gioco nel chiedere di essere presenti.
Il giudice, in attesa della memoria che il legale di Riina dovrà presentare entro il 7 ottobre, potrebbe alla fine appigliarsi a qualche precedente giurisprudenziale per negare la presenza dei boss.
Ma se lo facesse, escludendoli dall’udienza di un processo che li vede imputati e a cui, dunque, hanno diritto, salvo rinuncia, ad assistere, gli avvocati difensori potrebbero ottenere la nullità della sentenza. In casi analoghi, infatti, quando il processo è andato avanti, anche solo per un giorno, senza la presenza di un imputato (dal vivo, in videoconferenza o telefonica) è accaduto esattamente questo. C’è di più. È vero che l’interrogatorio di Napolitano sarà estremamente “limitato” e potrà avvenire con precisi “paletti” stabiliti dalla Corte costituzionale, ma nessuno può escludere, in primo luogo, che al presidente della Repubblica siano rivolte domande che “rasentino” l’ambito consentito dalla Consulta ma che, in qualche modo, vadano oltre quei “limiti”; e in secondo luogo sarà difficile impedire ai due boss, se saranno presenti, di rilasciare “dichiarazioni spontanee”. E a proposito di “dichiarazioni spontanee”, ma di genere diverso, nelle lunghe chiacchierate fra Riina e il boss Lorusso nel carcere di Opera, ce n’è una, quella del 25 settembre 2013, riassunta così dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo: «Riina ritorna a parlare del presidente della Repubblica che apostrofa con il termine di “berrettone”, spiegando anche che in dialetto siciliano significa “colui il quale vuole fare tutte le cose”. Riina si mostra contrariato del comportamento del presidente della Repubblica e, ironicamente, dice che il Capo dello Stato “è sensibile perché a novantasei anni, novantasette anni, pensa sensibile, pensa all’umanità. La gente che sta morendo di fame, tutte cose… e ci mettono… e ci tengono a lui, ci tengono” e lo apostrofa come “cornuto”…».
Il giudice Montalto, dunque, a seguito della sua originaria decisione, si trova di fronte a un micidiale dilemma: ammettere, come sembrerebbe “costretto” a fare, la presenza in video dei due boss, con la possibilità remota ma reale di assistere a un surreale “dibattitto” fra due capimafia e il Capo dello Stato, o tenerli fuori, rischiando di vedersi annullare la sentenza.
di Luca Rocca

Fonte Il Tempo

Roma, 6 ottobre 2014

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