Trova i gioielli rubati nella vetrina di una gioielleria del centro, denunciati i titolari

oro gioielliFabio Di Cesare e Rita Vattani, due noti gioiellieri romani, sono costretti a difendersi in un’aula di giustizia dall’accusa di ricettazione. A farli finire nei guai è stata Angiola Armellini, nota immobiliarista romana, alla quale era scomparsa la sua collezione di gioielli. La donna, dopo il colpo, era entrata in una delle gioiellerie più conosciute della Capitale, riconoscendo alcuni preziosi esposti in vetrina, convinta che potessero far parte proprio della sua collezione sparita. La donna, a quel punto, non ha esitato ad allertare le forze dell’ordine, facendo finire adesso sul banco degli imputati i due gioiellieri. Ma prima di rivolgersi agli investigatori, l’immobiliarista aveva svolto «indagini» da sola, guardando con attenzione le vetrine delle strade vip della Capitale. Fino alla scoperta: erano stati messi in vendita.
Ma chi sono i gioiellieri? Di Cesare è un grande esperto in materia, in passato era anche stato proprietario di diversi negozi. Vattani, invece, è titolare di un’azienda che sorge nel cuore di Roma, in via dei Coronari, specializzata nella vendita di gioielli antichi e reperti d’antiquariato.
La vicenda descritta nella denuncia ha inizio il primo aprile 2011, quando Angiola Armellini torna in Italia al termine di un viaggio all’estero. La donna non era solita conservare i gioielli in una cassaforte o in una cassetta di sicurezza, ma in due borsoni sportivi, uno blu e uno giallo, custoditi in un magazzino sottostante il suo ufficio. «Rientrata da un periodo di ferie all’estero – si legge nella denuncia sporta dalla vittima – mi sono recata nel locale e ho notato con sorpresa che la porta, seppur accostata, era aperta e dentro mancavano proprio i due borsoni». Armellini, lungi dal pensare che si trattasse di un pesce d’aprile, non sapeva come comportarsi: «Avevo paura di fare immediatamente la denuncia perché ero terrorizzata dall’idea che si potesse diffondere la notizia di questo furto, addirittura sui mezzi d’informazione», ha testimoniato la donna. Sapendo inoltre che è possibile sporgere denuncia entro tre mesi dal furto, aveva deciso di provare a cercare da sola la refurtiva. Così, dopo oltre un mese dalla scomparsa dei due borsoni contenenti i gioielli, non assicurati, la donna aveva notato che alcuni preziosi esposti nella vetrina del negozio di Rita Vattani corrispondevano, a suo dire, a quelli smarriti misteriosamente. «Con una scusa sono riuscita a fotografarli con il mio cellulare – continua – Come si può vedere (dai documenti in allegato ndr.) sono assolutamente gli stessi di quelli che erano in mio possesso e che avevo in precedenza fotografato insieme a tutti gli altri». La donna si riferiva a una spilla d’oro raffigurante un fiore, a un paio d’orecchini pendenti di oro bianco intarsiati di brillanti, a un anello in oro giallo con una perla e a una montatura con pavè di diamanti e a un altro anello in oro bianco con zaffiri. Quei preziosi valevano circa trentacinquemila euro, ben poca roba rispetto all’intera collezione di gioielli rubati alla donna. Dentro le borse scomparse c’era infatti un vero e proprio tesoro dal valore di circa 350mila euro. Ad ogni modo, dopo aver fotografato i gioielli con il cellulare, la vittima, questa volta, aveva denunciato la vicenda alle forze dell’ordine. La procura di Roma aveva così aperto un fascicolo, indagando Vattani e Di Cesare. La prima, stando al capo d’imputazione, «al fine di procurarsi un ingiusto profitto aveva acquistato da Fabio Di Cesare» la mercanzia che, a dire della signora Armellini, le sarebbe stata rubata. Inoltre, secondo gli inquirenti, Fabio Di Cesare avrebbe acquistato, o comunque sarebbe entrato in possesso dei gioielli in questione, ricevendoli da una persona non identificata. La procura capitolina sostiene che lo scambio dei beni tra i due imputati sarebbe avvenuto la seconda settimana di maggio di tre anni fa. Una vicenda tutta da verificare visto che nella denuncia manca il codice identificativo dei gioielli e le prove a carico dei due imputati non sono schiaccianti. Ne sono convinti Salvatore e Federico Sciullo, gli avvocati penalisti che difendono Fabio Di Cesare: «L’istruttoria sarà utile per ricostruire una vicenda dove il nostro assistito, che si è sempre dichiarato innocente, è estraneo ai fatti – affermano i due legali – La genericità della denuncia non fornisce alcun elemento per ricondurre i gioielli ritrovati a quelli smarriti».

Roma, 7 ottobre 2014
di Andrea Ossino
Fonte Il Tempo
A.L.