I giochi proibiti dei fidanzatini dai banchi finiscono sul web

filmato cellulareDue filmini hard diffusi via whatsApp tra amici, compagni di scuola e coetanei. Immagini forti e sconvolgenti, “protagonisti” due fidanzatini. Sta facendo tremare le fondamenta di uno dei licei più titolati della provincia milanese, la vicenda di due giovanissimi che si sono improvvisati filmmaker registrando sui telefonini le loro scoperte per condividerle con gli amici. Lei, sarebbe un’allieva di prima superiore, 14 anni, che avrebbe “scelto” di farsi riprendere dal fidanzato in situazioni scabrose. Lui sarebbe di qualche anno più grande. Almeno due i file spediti. Resi pubblici la scorsa settimana, i due file sono letteralmente rimbalzati da un telefonino all’altro durante tutto lo scorso fine settimana scatenando una catena di Sant’Antonio che pare ormai inarrestabile.

Già sabato il caso era arrivato all’orecchio dei docenti e del preside che, pur non avendo visionato le immagini, hanno dovuto affrontare il caso, informando le forze dell’ordine. I docenti si sono riuniti per mettere a punto una strategia psicologica e disciplinare di non facile attuazione. Da un lato c’è l’aspetto psicopedagogico, complicatissimo quando si parla di una ragazzina di soli 14 anni. Dall’altro i risvolti non trascurabili di tipo penale. Quei messaggi rappresentano precisi reati di diffusione di materiale pedopornografico che riguardano non soltanto chi li ha diffusi, ma anche quanti passivamente li hanno ricevuti e custoditi nel loro telefonino e mettono sotto accusa i sedicenti “tutor” che dovrebbero vigilare su questi sistemi di comunicazione.

«Perversioni che nascono nel mondo degli adulti e che vengono emulate dagli adolescenti in una società che anche grazie alla tecnologia non ha più confini e steccati». Non ha dubbi la psicologa e psicopedagoga Maria Rita Parsi, nell’analizzare questa storia, simile a tante altre raccontate nel suo libro “Maladolescenza”, scritto a quattro mani con Mario Campanella. Maria Rita Parsi, psicologa

Cosa sta accadendo a questi adolescenti?
«L’approccio alla pornografia non è altro che l’emulazione di un codice che riguarda gli adulti. Quelle situazioni perverse e prive di eros, non sono altro che la riproduzione di qualcosa che i ragazzi possono avere già visto su internet o su qualche canale a pagamento. Ecco il punto: queste vicende investono il mondo scolastico, ma si volgono fuori dalla scuola. Che ruolo ha la famiglia? Per arrivare a cose del genere questa ragazzina ha probabilmente alle spalle una storia di una famiglia che non è riuscita a seguirla nell’alfabetizzazione virtuale, oppure incapace di seguire le vicende adolescenziali che l’hanno portata a riprodurre cose viste su internet o le sono state suggerite dal fidanzatino. Oggi, le agenzie educative sono famiglia, scuola e mezzi di comunicazione di massa. Il problema è che le famiglie e i docenti sono scarsamente alfabetizzati al mondo virtuale. Dunque genitori e figli rischiano di vivere due vite parallele se non si comprendono le nuove tecnologie».

Cosa può aver scatenato questo fatto?
«È come se lei abbia voluto propagandare una sorta di iniziazione. Lo ha fatto attraverso il telefonino, cercando di erotizzare quello che è in realtà un atto di violenza».

Come dovrebbero porsi i docenti e i presidi rispetto a questi fenomeni?
«Il problema non è disciplinare, ma culturale. La scuola dovrebbe essere un centro culturale polivalente aperto al territorio. Un luogo che disponga di una equipe psicopedagogica capace di rapportarsi con i problemi degli alunni, le difficoltà degli insegnanti e le problematiche delle famiglie. Internet non ha controlli né leggi»

Milano, 15 ottobre 2014

Il Giorno

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