Il perito: l’infallibilità del Dna è una chimera

laboratorioDna importante, ma non infallibile. E processi solo nei tribunali, non nei talk show.
Parola di uno dei massimi esperti di laboratori e prove scientifiche al servizio della giustizia. Francesco De Stefano, direttore dell’istituto di Medicina legale all’Università di Genova e presidente dei genetisti forensi, ha depositato a settembre la sua perizia, richiesta dai giudici, per l’omicidio di Garlasco. E nelle settimane scorse la sua consulenza è arrivata in aula. Nessun commento, sul lavoro sin qui svolto. Ci mancherebbe: il processo attende ancora una sentenza. Ma in generale una cosa può dire. Che il Dna non deve essere considerato l’unica soluzione.
L’ANSA ha incontrato De Stefano a Cagliari, dove vive la sua compagna e dove ha insegnato fino al 2005. “L’analisi del Dna – spiega l’esperto – è un dato scientifico. E lo rimane. Quello che alle volte rischia di falsarne il senso è l’interpretazione che qualcuno ne dà. In molti casi può essere dirimente. In altrettanti può essere uno dei tanti elementi. In altri ancora non serve a un granché nella definizione dei casi”. A volte decisivo: può inchiodare il presunto responsabile. “Inchioda quando qualcuno ritiene di poter affermare o comunque afferma che in quel posto non c’è mai stato o che contatti con la vittima non ne ha mai avuti – sottolinea De Stefano – E noi troviamo invece tracce del suo Dna, o Dna simile al suo, sul luogo del delitto, sulla vittima. In questi casi può risultare dirimente, colloca una persona in un certo luogo”.
A volte, però, non serve a nulla. “Non serve a granché quando l’analisi del Dna mette in evidenza soltanto l’ovvio”. La scienza tirata da una parte all’altra. Come è possibile? “Prendiamo Perugia, lo stesso risultato è stato interpretato in modi differenti – argomenta il perito – Il dato scientifico rimane tale. Dipende molto da quello che andiamo cercando.
Nessun problema per la ricostruzione delle identità della persone ad esempio in un incidente aereo. Più complessa è l’analisi del Dna di piccoli frammenti. Più sono piccoli, più è facile che le interpretazioni vengano tirate da una parte o dall’altra. E allora in questi casi il suggerimento è quello di rimanere entro un’area di credibilità almeno in cui ci sia uniformità interpretativa. Poi si passa a una seconda fase in cui magari si indica che esistono le possibilità A o B. Il ministro dell’Interno è impegnato a cercare di definire un tavolo in cui persone che fanno questo lavoro possano definire delle regole di massima di interpretazione”.
Attenzione agli errori legati al Dna che parla e condanna da solo. “Ricordo un caso di tanti anni fa. Avevamo trovato il Dna del signor X sul maglione della vittima. Il signor X protestava la sua innocenza. Ma era stato arrestato. Poi a Marsiglia era stato arrestato un altro signore per un omicidio abbastanza simile. E quello confessò anche di essere l’autore dell’omicidio di cui ci stavamo occupando. Dando ragione alle proteste. Il primo arrestato diceva: il mio sangue è lì perché faccio il cuoco, mi sono tagliato affettando la cipolla e ho macchiato il maglione che la vittima mi aveva prestato. Lo diceva fin dall’inizio”. Morale della favola: “Vorrei che fosse chiaro che noi diamo un dato tecnico – ribadisce De Stefano – E che poi tocca ai giudici capire qual è l’importanza che ha all’interno del processo. La cautela deve essere sovrana. Alcuni magistrati, per fortuna sono pochi, dall’analisi di laboratorio si aspettano la soluzione del caso. Ci sono altri magistrati, per fortuna la maggior parte, che si sforzano di capire come quel dato di laboratorio può entrare nel processo e quale importanza può assumere”.
I grandi casi italiani spesso finiscono in tv. E questo equilibrio scientifico-legale rischia di andare a farsi benedire. “Rifare i processi fuori dall’aula non va bene – chiarisce il perito – Tanto più che i grossi processi si fanno anche davanti a una giuria popolare. Che, a differenza, delle giurie americane non rimangono isolate dal resto del mondo”. Un esperto di Dna a tutto tondo: De Stefano ha fatto parte del team di studi anglo-italiano che a metà anni Ottanta ha consentito il riconoscimento della paternità. E lì dubbi non ce ne sono: in pensione il vecchio detto latino “mater semper certa est, pater numquam”. Un mai ora definitivamente sparito.

di Stefano Ambu
CAGLIARI, 18 ottobre 2014
ANSA
A.L.