Stalking: “Ecco quando potete dire di esserne vittime”

donna_al_cellulareConsulente in casi noti giudiziari come psicologa giuridica e forense, ma anche ricercatrice e docente alla Sapienza di Roma. Lo stalking è materia da tempo sotto la lente della professoressa Laura Volpini, che La Nazione intervista per fare il punto su un reato che fa parlare di sé le cronache locali e nazionali. E’ il tema delle persecuzioni dei fidanzati o ex fidanzati che non accettano la separazione e che non vogliono rassegnarsi. E’ il tema delle persecuzioni, via sms, email o con appostamenti sotto casa. Un problema sociale diffuso, un’ evoluzione che accompagna, in diversi casi, le relazioni amorose finite male. La sensazione è in effetti che questo genere di reati sia in aumento, almeno dando uno sguardo ai giornali.

“Il reato è stato introdotto nel 2009 e le denunce sono in crescita – dice la professoressa Volpini – In più, se colleghiamo lo stalking a reati come la violenza o l’omicidio, vediamo che nel 17% dei casi questi reati sono preceduti dal reato di stalking. L’aumento delle denunce per stalking è dato sia dal fatto che prima del 2009 non esisteva una normativa, che da una maggiore consapevolezza delle vittime, che sono piu’ informate sulla necessita’ di sporgere denuncia nel caso di molestie”.

Impressiona l’alta percentuale di reati connessi al reato di stalking.

“Non è detto comunque che ci sia sempre un’ evoluzione del reato di stalking in quello di violenza o omicidio. Spesso anzi succede che insieme allo stalking si associano altri reati, come le minacce, la violenza privata ecc. In generale non si deve sottovalutare il fatto, che chi commette stalking, può commettere anche altri reati conseguenti. In questo caso i familiari dello stalker possono essere fondamentali nel segnalare certi comportamenti”.

Che consigli dare a chi si sente di essere vittima di uno stalker?

“Iniziamo con il dare una definizione di stalking. Si parla di stalking quando una persona riceve insistentemente messaggi e telefonate non graditi, appostamenti, pedinamenti, da parte di ex fidanzati, colleghi di lavoro o amici, dovendo cambiare abitudini di vita. Dove si verificano una serie di comportamenti non desiderati. che fanno insorgere nella vittima ansia o paura, là ci può essere lo stalking. La quantità e la frequenza dei messaggi o delle richieste ha un valore in questi casi. Non è necessario essere terrorizzati per segnalare alle autorità quello che sta accadendo, basta meno”.

Una volta che la vittima ha segnalato questi insistenti e non graditi comportamenti all’autorità (polizia, carabinieri, ecc…) cosa succede?

“L’autorità si muove con un ammonimento. Viene convocato il soggetto, con il quale si parla delle possibili conseguenze nel reiterare i comportamenti, facendo riflettere la persona su quello a cui va incontro e possono essere predisposti degli ordini di allontanamento dai luoghi di residenza della vittima. Se l’ammonimento non funziona, c’è l’esposto. C’è da ricordare ai cittadini che segnalare un comportamento persecutorio che ci provoca ansia non significa- almeno inizialmente- denunciare la persona. Semplicemente informiamo l’autorità della questione. A quel punto la stessa autorità può convocare il presunto stalker senza conseguenze per quest’ultimo, a meno che non continui con i comportamenti persecutori anche in seguito”.

Che cosa può succedere se si lascia perdere, se si sottovalutano i segnali di uno stalking?

“Se non si interviene c’è la possibilità che, in caso di sms con minacce, lo o la stalker metta in atto le sue minacce. Va sottolineato ad esempio che è altamente sconsigliabile andare all’ultimo incontro chiarificatore con un ex partner che ha messo in atto comportamenti persecutori. Lo stalker tenta di recuperare un rapporto con la vittima promettendo di allontanarsi dopo il chiarimento. In realtà quell’ultimo appuntamento può sfociare in violenze gravi, come le cronache ci hanno mostrato in diversi casi”.

Si parla spesso di uomini stalker, ma ci sono anche donne che mettono in atto questi comportamenti?

“La percentuale di donne è minore, ma ci sono. Mi sono occupata ad esempio di un caso di una donna cinquantenne che anche per problemi neuropsichiatrici ha cominciato a tormentare un uomo, con cui tra l’altro non c’era stata alcuna storia. Esistono insomma casi al femminile ma sono meno diffusi”.

Perché si diventa stalker?

“La spiegazione dello stalking è complessa e riguarda fattori di natura psichiatrica, ma anche psicosociale. Ci possono essere delle problematiche psichiatriche, ma è molto centrato sull’incapacità di separarsi, sulla mancanza di rispetto, sul considerare l’altra persona come una proprietà.. C’è, ripeto, una grande difficoltà nel riuscire a separarsi”.

Lei si sta occupando anche di un caso toscano, a Pisa. E’ consulente di parte civile nel caso Buscemi-Pagliarone. Come sta andando il processo?

“Il processo ha avuto due udienze. Nell’udienza del settembre scorso è stata interrogata la signora Pagliarone, di cui sono consulente. Ho apprezzato il suo livello di precisione nel narrare fatti e circostanze su una relazione durata circa due anni. Ritengo che in cinque ore di interrogatorio sia riuscita ad essere esaustiva e coerente. Il 5 novembre proseguirà il suo interrogatorio da parte della difesa”.

Chi ha subito uno stalking, chi è stato intimidito con messaggi e minacce riesce poi a tornare a una vita normale? I casi di stalking hanno insomma un lieto fine?

“Chi è perseguitato per diverso tempo subisce un danno psichico ed esistenziale. Questo è riscontrato in letteratura. Tornare a una vita normale è possibile, ma dopo un percorso di sostegno o psicoterapia. Alcune persone rimangono comunque segnate nel tempo e quindi il ritorno alla vita quotidiana non è più come prima. Anche lo stalker comunque può curarsi. Lo prevede il legislatore. Chi ha messo in atto comportamenti di questo genere può essere indirizzato in strutture diverse dal carcere, al posto della misure cautelare. Ed è previsto che i servizi pubblici (Asl, centri di igiene mentale) curino queste persone. E’ comunque difficile perché lo stalker di solito non riesce ad ammettere il reato e le conseguenze dannose per l’altra persona. Intraprendere un percorso di cura può essere consigliato dalle stesse forze dell’ordine anche nell’ammonimento, nel primo richiamo”.

​Quanto le nuove tecnologie possono favorire lo stalking?

“La legge 119 relativa alla Convenzione di Instanbul, recepita dallo Stato italiano, ha introdotto sanzioni penali anche per tale tipo di comportamento a mezzo informatico. Se prima fare stalking era “impegnativo”, adesso il mezzo informatico suo malgrado, favorisce anche contatti disturbati e assillanti. Immaginiamoci chi non può tenere il telefono acceso perché è sovrastato di messaggi e/o telefonate anche durante la notte. Peraltro a livello internazionale i servizi a supporto delle vittime, prevedono che la vittima inoltri i messaggi senza leggerli agli operatori dei servizi di assistenza, che ne valutano il livello di escalation. Per la vittima leggere un messaggio minatorio è fonte di ansia e terrore, che è l’effetto che vuole lo stalker. In questo caso i servizi fanno in modo che la vittima possa inviare loro il messaggio senza leggerli. La vittima non ha quindi motivo di ansia mentre i servizi possono monitorare il tipo di messaggio, la frequenza e il tipo di minaccia”.

Quali sono i meccanismi psicologici per cui una vittima diventa effettivamente vittima?

“Uno è il perdono del partner con la speranza che si ravveda, l’altro è la auto-colpevolizzazione, associata alla paura delle reazioni dello stalker. La vittima arriva a convincersi di essere lei la parte problematica della relazione. Quindi si mortifica e si rende inoffensiva rispetto al partner, arrivando a tollerare livelli di violenza o persecuzione. Lo stalking è anche un reato di tipo complesso, c’è una vulnerabilità nella vittima e una propensione all’adattamento all’interno della coppia. Ci sono due tipi di vittime: colei che può avere anche una storia di violenza alle spalle e si è abituata nel tempo ai meccanismi della violenza, oppure una persona estranea a questo genere di situazioni che non sa decodificare questi segnali e pensa che sia lei a non capire e essere responsabile dei comportamenti del proprio partner”.

Nei casi che lei ha trattato e saliti all’onore della cronaca può citarne uno che l’ha particolarmente colpita e perché?

“Un caso che ha colpito molto la mia sensibilità umana e professionale è quello di Lucia Annibali. Lucia Annibali, avvocato, perseguitata dall’ex fidanzato, condannato per essere stato il mandante di due persone che l’hanno sfigurata con l’acido. La cosa straordinaria è la forza interiore di questa donna che ha dovuto confrontarsi con una sofferenza fisica e psicologica irreparabile. La sua sofferenza è diventata la sua forza e oggi con orgoglio, lei stessa mette a disposizione la sua storia e ciò che ha imparato da questa tragica vicenda, perché si possa fare in Italia prevenzione e perché casi come il suo non debbano avvenire più. E’ un caso che mi ha molto emozionata: sfigurare con l’acido il volto di una donna vuol dire ucciderne l’identità in vita ed è paragonabile alla morte”.

di Francesco Marinari
Firenze, 22 ottobre 2014
Fonte La Nazione
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