Troppi infermieri aggrediti: è emergenza sicurezza nei Pronto Soccorso

ospedaleIl pronto soccorso, specie in certe ore e in certi quartieri, diventa una trincea. E la sicurezza di chi ci lavora (e di chi è curato) non può essere scaricata come un problema di ordine pubblico dalla Regione che gestisce la sanità lombarda. È la richiesta portata ieri alla commissione competente del Pirellone dai sindacalisti dell’ospedale Luigi Sacco di Milano, ascoltati su richiesta del 5 Stelle Dario Violi che ha passato una notte nel pronto soccorso di prima linea, stretto tra Quarto Oggiaro e il sito Expo. Richiesta di misure concrete: urgenti lì – i soldi per garantire la guardia giurata non armata di notte, sottolinea Mina Savoia, segretario provinciale della Fials -, e strutturali in tutta la Lombardia, perché «il problema non è solo al Sacco», sottolinea Giovanni Muttillo, presidente del Collegio Ipasvi Milano-Lodi. Al quale le segnalazioni di infermieri aggrediti, minacciati, costretti a lavorare nella paura arrivano da reparti emergenza-urgenza di tutto il territorio, e «sono in aumento. Serve un tavolo permanente, con la Regione e le forze dell’ordine, per trovare soluzioni e monitorare un fenomeno ampiamente sottostimato». Ad esempio diffondendo la scheda unica per segnalare gli “eventi avversi”, «adottata oggi da non più del 10% delle strutture».

Al Sacco è stata introdotta lo scorso dicembre: uno degli interventi concordati tra sindacati e azienda dopo «l’evento» di fine luglio 2013, quando un paziente ubriaco mise fuori gioco tre operatori (rompendo la mano a un infermiere, prognosi di due mesi). Li elenca Ezio Goggi, il direttore sanitario ascoltato in sostituzione del dg Pasquale Cannatelli; e non è piaciuta l’assenza alla Rsu che martedì ha proclamato lo stato d’agitazione, ma sul piatto ieri non c’era la contrapposizione vertici-sindacati. Piuttosto il racconto di come l’ospedale ha tentato, coi suoi mezzi, di fronteggiare il pericolo rappresentato da pazienti e parenti intemperanti al pronto soccorso: il pulsante d’allarme, il badge per entrare nell’area emergenza, il controllo all’apertura della porta tra sala d’attesa e triage («Che però al momento è rotto», sottolineano i lavoratori), le ronde dell’unica guardia (che sta all’ingresso, a 200 metri, e sorveglia anche le telecamere), i corsi di gestione dello stress e autodifesa e addirittura i fischietti per chiedere aiuto, distribuiti ai 42 infermieri che ci lavorano, insieme a 10 ausiliari e 11 medici tra cui un infettivologo presente 24 ore su 24. Un pronto soccorso da 52 mila accessi l’anno, il 65,5% codici verdi e il 21,4% bianchi: «Gravato, come tutti, da un alto tasso di richieste che hanno poco di urgente», traduce il ds Goggi. E più di altri da una logistica vetusta, che sarà in parte corretta dalla ristrutturazione in partenza con 5 milioni di finanziamento Expo: sei mesi di disagi e in più i pazienti dirottati dal Salvini di Garbagnate, pure in cantiere. Almeno, sul fronte sicurezza, si sposterà il posto di polizia in sala d’attesa.

Il guaio è che spesso è vuoto. Perché il Sacco, sulla carta, avrebbe tre agenti di polizia locale in servizio dalle 7 alle 24 nei giorni feriali, mezza giornata il sabato. E avrebbe anche il posto di polizia di Stato, 5 agenti sulla carta, «in servizio non continuativo per problemi d’organico», spiega Goggi che è andato a parlare del problema col questore. Di fatto, spiegano i sindacati, il presidio delle divise «resta sguarnito, soprattutto d’estate, la notte e la domenica, quando il picco di casi sotto l’effetto di droga e alcol aumenta il rischio di aggressioni. Infatti gli agenti assenti non vengono sostituiti». «Ma noi, se manca un infermiere, ci organizziamo per rimpiazzarlo – sottolinea Massimiliano Sabatino, vicepresidente della Federazione dei tecnici radiologi -. La sicurezza di lavoratori e pazienti non è un optional: va gestita senza costringerci a imparare il taekwondo». Molti consiglieri sono d’accordo, dall’azzurro Fabio Altitonante alla democratica Sara Valmaggi: «La Regione può e deve fare di più».

Milano, 30 ottobre 2014
di Giulia Bonezzi
Fonte il Giorno
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