Uomo armato di coltello entra da Eataly e ferisce due persone: è un dipendente

cover_eataly_roma-728x400Macchie rosse disegnano sul grigio del pavimento un percorso a zig zag tra i pacchi di farina per panzerotti rovesciati a terra e i libri di Slow Food.
Un coltello abbandonato lì, in mezzo alla carta bianca bagnata di sangue, racconta quello che è successo ieri pomeriggio alle 16,20 da Eataly. «Aiutatemi, è pazzo! Aiutatemi vuole ammazzarmi!», lo chef del megastore-ristorante corre lungo le scale e urla. Lo insegue un dipendente del reparto Rosticceria, un giovane afgano, e cerca di colpirlo con la lama. Fallisce varie volte, lungo il corridoio del primo piano tra volumi di cucina e carrelli lo accoltella. Una ferita al torace, lo chef è a terra. Un addetto alla sicurezza riesce a fermarlo e viene colpito al braccio. L’aggressore lascia il coltello insanguinato e tenta la fuga ma quelli della Security lo bloccano. Fabio Nitti, 38 anni, lo chef executive di Eataly, è ricoverato all’ospedale San Giovanni, non è in gravi condizioni. «Perché l’ha fatto?», ripete agli amici. «Non me lo spiego». La guardia Giacomo Sassone, 20 anni, al suo ultimo giorno di lavoro, è al San Camillo, il coltello gli ha reciso un’arteria del braccio. Sharif Hosseini, afgano di 24 anni, dipendente che aveva deciso di lasciare Eataly e sarebbe rimasto lì solo per qualche giorno ancora, è stato arrestato dagli agenti del commissariato Colombo per tentato omicidio.

Accade sotto gli occhi di decine e decine di clienti e sono lunghissimi momenti di terrore. Anche il patron Oscar Farinetti è lì, sente le urla e si affaccia sulle scale. «Lo chef chiedeva aiuto. Il giovane afghano gli si è avventato addosso con un coltello senza dire niente e ha cominciato a colpire alla schiena e a un braccio. Credo che l’addetto alla sicurezza abbia salvato la vita al nostro chef».

LE DIMISSIONI
Hosseini lavora da Eataly dal dicembre del 2013, assunto in seguito a un bando di Italia Lavoro, ha un permesso di soggiorno per rifugiato politico. È un addetto alla cucina del reparto rosticceria, ancora per poco: il 24 ottobre aveva presentato le dimissioni, ho trovato un altro lavoro, così aveva spiegato la sua scelta. Sarebbe dovuto restare in servizio fino a domenica prossima. «Un dipendente modello», assicura Farinetti, «mai un’assenza mai una rimostranza». Anche i colleghi parlano di Sharif come un «tipo tranquillo». Perché l’ha fatto? Tutto fa pensare che si tratti di un gesto premeditato. Ieri Sharif prendeva servizio alle 17, arriva prima, in tasca ha già il coltello da cucina. Chiede di Fabio, non appena vede lo chef tira fuori l’arma e comincia a inseguirlo. Dal reparto Rosticceria lo chef scende giù per le scale urlando e lungo il corridoio del primo piano – accanto allo stand dei tartufi – viene ferito. Le grida richiamano la vigilanza, l’addetto che interviene per fermare l’aggressore è colpito al braccio. Gli altri vigilanti bloccano l’afgano mentre una dottoressa tenta di fermare l’emorragia di Nitti. «Che vuoi da me? Perché lo hai fatto? Io tratto bene chi lavora con me», continua a urlare lo chef che sarà sentito dalla polizia.

«Mi trattava malissimo, mi umiliava e mi prendeva in giro», agli investigatori Sharif dice che si sentiva perseguitato dal suo capo. In passato pare che ci fossero state altre liti tra di loro, i rapporti erano tesi al punto che il dipendente aveva deciso di andare via. «Non capisco perché l’ha fatto», continua a tormentarsi lo chef che nega ci siano mai state discussioni con l’afgano. «I ragazzi non sanno spiegarsi come sia successo – aggiunge Farinetti – il suo contratto sarebbe scaduto a dicembre ma sarebbe stato confermato a tempo indeterminato. Qualcuno mi ha riferito che negli ultimi giorni era strano, aveva lo sguardo allucinato. Lo hanno trattenuto in quattro, voleva uccidere».

I nastri di plastica della polizia chiudono il corridoio sporco di sangue. A terra un paio di pantaloni macchiati e una maglietta. I clienti con i carrello si fermano lì davanti e scattano foto al sangue e al coltello.

di Marco De Risi e Maria Lombardi
Roma, 31 ottobre 2014
Fonte il Messaggero
AL