«Brutti marocchini, tornate a casa» Vicini condannati: offese razziali

Martello-giudice-650x245Lui: «Mi ha detto terrone». Il giudice: usa il «pota», scusa non plausibile

L’odore di cibi di altre terre, l’ospitalità data a connazionali, la chiassosità della vita familiare con il vociare dei bambini. Usi e costumi ritenuti intollerabili tanto da far sbroccare in ingiurie stile: «Brutti marocchini, tornatevene al vostro Paese», in alcuni casi accompagnate dalla colonna sonora del verso di bue seguita dall’epiteto «bestia». Nembro, condominio di via Nembrini, risalgono ad aprile e settembre del 2012 i due episodi ingiuriosi. Da una parte marito e moglie bergamaschi, lui d’adozione perché originario di Marsala, e dall’altra marito e moglie marocchini che si sono sentiti offesi e hanno querelato la coppia di vicini di appartamento. Una questione da giudice di pace, se non fosse stato per l’aggravante della discriminazione razziale. Così la vicenda è finita davanti a un collegio di tre giudici che ha condannato la coppia italiana a pagare 2.200 euro, più altri 2.000 di risarcimento e 1.500 di spese legale.

Le motivazioni del presidente del collegio, Giovanni Petillo, sono un colorito trattato sociologico. Uno spaccato dell’intolleranza per altre abitudini che nel condominio nembrese appartiene solo alla coppia siculo-bergamasca. Sentiti a processo, gli altri vicini non hanno avuto nulla da ridire sulla famiglia marocchina «rispettosa e corretta». Anzi, «di contro è emerso come sono i coniugi imputati ad aver sempre creato problemi con la loro condotta aggressiva». Gli imputati, 40 anni lui e 38 lei, hanno ammesso di aver pronunciato quelle frasi. «Ma è stata una reazione alle loro ingiurie», si sono giustificati. «Mi aveva detto “Terrone, torna al tuo paese”», la precisazione dell’imputato. Significherebbe reciprocità delle offese, quindi causa di non punibilità. Ma per il giudice la versione «non è credibile» e la spiega così: «Già pensare che un soggetto di origine marocchina possa ricorrere a quel genere di espressioni, proprie di persone nate in ben altre latitudini, appare francamente non plausibile».

Poi ci si mette il “pota”. Lo scrive il giudice: «L’imputato, benché nato a Marsala, è al Nord da diversi anni e, nel corso del suo esame, si è potuto verificare come parli con un forte accento bergamasco, con un linguaggio infarcito anche da un tipico intercalare autoctono (”pota”)». Poi la pennellata di ironia: «È vero che, come da altri detto in diversi contesti, “si è sempre meridionali di qualcuno”, ma accreditare la tesi difensiva significherebbe operare un vero e proprio ribaltamento socio-geografico». Non c’è spiegazione che tenga, dunque. Anzi per i giudici proprio la gratuità delle offese integra l’aggravante della discriminazione razziale. Pesa anche che l’imputato in qualche occasione abbia imitato il verso del bue «come in modo becero a volte negli stadi di calcio i tifosi di una squadra accompagnano le giocate di calciatori di colore della compagine avversa».

La conclusione del giudice non lascia margini al dubbio e alle spiegazioni alternative: «La vera ragione va ricercata proprio nel fastidio che i due imputati provavano (e tuttora provano) nei riguardi di persone che provengono da Paesi ritenuti di cultura inferiore alla propria e per le loro abitudini di vita» . Effetto: la coppia marocchina ha cambiato casa.

Giuliana Ubbiali – Bergamo.corriere.it