“Così salvammo i poliziotti al ponte di Oloè”

oloè tanzi

Giuseppe Fronteddu e Giambattista Fele hanno vissuto in silenzio nel ricordo di quel 18 novembre, ma due amici di Luca Tanzi, l’agente morto accanto ai tre compagni, si sono mobilitati perché il loro gesto venisse ricordato

Il fuoristrada arrancava nel buio lungo una strada scivolosa in cui scorreva acqua mista a fango. Pioveva, anche se ormai era una pioggia normale, non più quella torrenziale che si era abbattuta per tutta la giornata sulle campagne trasformandole in acquitrini. Giuseppe Fronteddu guidava con circospezione, tesissimo, nonostante quella strada che da Dorgali porta a Oliena la percorresse ogni giorno, anche due o tre volte al giorno, da oltre 20 anni. Ma quella sera aveva uno strano presentimento. Giambattista Fele, sul sedile accanto, scrutava l’oscurità attraverso il parabrezza martellato dalla pioggia. Poi all’improvviso, alle loro spalle, un lampeggiante azzurro, poi un altro. Giuseppe si sposta sul lato destro per fare passare un fuoristrada della polizia che sta scortando un’ambulanza. Non corrono, perché non possono farlo in quella strada trasformata in acquitrino, ma vanno più veloci del fuoristrada dei due allevatori, che si accoda. Si marcia in colonna. Una curva, un’altra, in lontananza le luci di Nuoro e quelle in cima al Corrasi, un’altra curva ancora a sinistra e poi.

«All’improvviso i lampeggianti azzurri davanti a quelli dell’ambulanza sono scomparsi, inghiottiti dal buio della notte – hanno ricordato Giuseppe Fronteddu, un allevatore di 36 anni, e Giambattista Fele, 30 anni, anche lui allevatore ma con in tasca l’abilitazione di vigile del fuoco discontinuo e il sogno di poter indossare un giorno quella divisa. Sono entrambi di Oliena –. Sulla strada c’era solo l’ambulanza, il fuoristrada della polizia era scomparso. Inghiottito dal buio. Siamo scesi immediatamente dalla nostra auto e con estrema cautela, sfruttando le luci dei fari del mezzo di soccorso e illuminando i nostri passi con una pila ci siamo incamminati verso il ponte di Oloè. Un pezzo del ponte non c’era più: c’era solo un grande buco nero illuminato macabramente da lampeggiante azzurro del fuoristrada della polizia che era finito dentro la voragine. L’auto era in bilico, incastrata tra i piloni in cemento. Ci siamo avvicinati, camminando sulla spalletta del ponte rimasta. Dal buco nero saliva il rumore assordante del fiume che scorreva impetuoso sotto il ponte – hanno aggiunto i due amici –. All’improvviso un lamento. Poi una voce. Un lamento flebile. E così abbiamo capito che dentro l’auto finita nel buco c’era qualcuno ancora vivo».

Giambattista Fele non ci ha pensato un attimo. Si è legato con una corda e si è calato nel buio facendosi luce con la pila. Con un’altra corda ha legato la macchina mentre l’altro capo era stato assicurato da Giuseppe intorno a un pilone in cemento in superficie . Una volta messa in sicurezza l’auto, che da un momento all’altro sarebbe potuta finire nel fiume in piena e trasportata chissà dove, i due giovani hanno cominciato le operazioni di soccorso.

«L’unico che si muoveva e parlava era Gavino Chighine – ha ricordato Giambattista Fele –. Era sul sedile posteriore. Sanguinante e dolorante, chiamava per nome i suoi colleghi e cercava i n tutte le maniere di uscire dalla macchina. L’ho fermato tre volte. Se avesse aperto lo sportello sarebbe caduto nell’acqua. Non c’era tempo da perdere. Così, l’ho calmato, gli ho detto chi ero: ci conoscevamo perché ci eravamo incontrati in un incidente, lui poliziotto e io vigile del fuoco. Ha capito ed è rimasto fermo mentro lo imbragavo con un fascia in modo che così Giuseppe riuscisse a tirarlo fuori dal buco. Lentamente e con la massima cautela l’abbiamo riportato in superficie. E affidato ai soccorsi degli operatori dell’ambulanza che erano ancora sconvolti per lo scampato pericolo, visto che si erano fermati a pochi centimetri dal baratro. Poi, sono tornato giù per cercare di aiutare gli altri – ha continuato Giambattista Fele, mentre Giuseppe Fronteddu lo ascolta in silenzio confermando con il movimento della testa il racconto di ogni secondo di quella notte terribile. Ma erano incastrati, non c’era modo di tirarli fuori dall’abitacolo. Nessuno dei due parla del povero Luca Tanzi, l’assistente capo di polizia di Nuoro, sposato e padre di due bambini, unica vittima di quel terrificante incidente –. Allora ho assicurato meglio il fuoristrada per impedire che cadesse nel fiume e sono rimasto con loro per controllarli fino a quando non sono arrivati i soccorsi. Non dimenticherò mai i loro lamenti, ma non potevo fare nulla».

Così, in un giorno di novembre del 2013, il 18, una data che la Sardegna non potrà mai dimenticare, segnata tragicamente da 18 croci, due persone comuni sono diventate eroi. Senza volerlo, semplicemente per aiutare il prossimo con umiltà e coraggio. La storia di Giuseppe e Giambattista è rimasta nel silenzio per quasi un anno e forse lo sarebbe rimasta per sempre, perché loro hanno sempre detto di aver fatto soltanto quel che gli sembrava giusto e normale in una situazione del genere. A farla conoscere sono stati gli amici, e in particolare l’ispettore capo di polizia Nicola Boi, amico di Luca Tanzi, e l’assistente capo Angelino Montresor, segretario provinciale del sindaco Consap, che si sono mobilitati per far ottenere ai due olianesi un riconoscimento per il loro gesto di generosià e altruismo.

Che arriverà dal Comune di Oliena, grazie all’impegno dell’assessore Valentino Carta. E anche il prefetto Ninni Meloni e il questore Pierluigi D’angelo hanno espresso l’intenzione di incontrare i due eroi umili. Ma nonostante i riconoscimenti e gli encomi, per Giuseppe e Giambattista la vita continuerà a scorrere come tutti i giorni. Segnata dai duri ritmi del lavoro in campagna. Ma con qualcosa di grande e indissolubile da quel 18 novembre: l’amicizia con Gavino Chighine, il poliziotto al quale hanno salvato la vita.

di Pier Luigi Piredda – La Nuova Sardegna