Primo trapianto di polmone a cuore fermo: Anna dà speranza ai malati in lista d’attesa

sala operatoriaAnna ha compiuto 37 anni ieri. E su questo non avrebbe scommesso troppo a dicembre 2013, quando è entrata nella lista d’attesa per il trapianto: le avevano dato meno di un anno di vita. La sua idea di futuro è cambiata il primo novembre, quando è diventata, al Policlinico di Milano, la prima persona in Italia a ricevere i polmoni di un donatore a cuore fermo. Con un metodo inventato dai medici dell’ospedale, che secondo gli esperti può consentire di avere 12-15 donatori in più ogni anno solo nell’area di Milano e Monza-Brianza, e di aumentare del 20-30% i trapianti in Lombardia. Farebbe una differenza sostanziale per il 20% dei malati in lista d’attesa per un polmone, che nella nostra regione erano 87 nel 2013. 46 sono stati trapiantati. 18 sono morti aspettando.

Anna, nome di fantasia, è milanese, ha un marito. E la fibrosi cistica, che le hanno diagnosticato all’età di quattro anni: una malattia genetica cronica che dà, oggi, un’aspettativa di vita di circa quarant’anni. L’anno scorso Anna è peggiorata, respirare era sempre più difficile, ha iniziato l’ossigenoterapia. Dieci mesi fa è passata alla ventilazione non invasiva. Nel 2014 è stata ricoverata quattro volte al Policlinico, d’urgenza, nel reparto di Pneumologia diretto dal professor Francesco Blasi. L’ultima volta dura da più di tre mesi, a ottobre è passata alla ventilazione seminvasiva per 12 ore al giorno, le ultime due settimane per 24 ore su 24.

Un anno fa, mentre Anna entrava in lista d’attesa, il Policlinico cominciava a sperimentare l’organizzazione che si è attivata all’improvviso il 31 ottobre, con il Centro nazionale trapianti, il Nord Italia Transplant program (NITp), l’Areu e l’ospedale San Gerardo di Monza. Dove è arrivato un uomo di 45 anni, noi lo chiameremo Marco, in arresto cardiocircolatorio. Gli uomini del 118 hanno cercato di rianimarlo per 45 minuti. Non è servito: Marco è stato dichiarato morto, per aneurisma dell’aorta toracica. La sua famiglia ha accettato di donare gli organi. L’Areu e il NITp hanno fatto scattare la procedura. Alle 14.20 un’équipe è partita dal Policlinico, in mezz’ora era al San Gerardo, sono entrati in sala operatoria e hanno giudicato il donatore idoneo. Intanto era partita la fase uno del metodo Policlinico: «preservazione degli organi all’interno del corpo». Cosa vuol dire? Di solito donatori di organi hanno una diagnosi di morte cerebrale. Questo perché se invece è il cuore a fermarsi, in assenza di circolazione del sangue gli organi non ricevono ossigeno e cominciano a deteriorarsi nel giro di venti minuti. «La tecnica consiste nell’ossigenare i polmoni e mantenerli espansi», spiega il dottor Franco Valenza del dipartimento di Anestesia e rianimazione, che l’ha messa a punto. Così, è riuscito ad allungare la finestra sino a tre ore. Alle 15.15 sono stati prelevati i polmoni; alle 17 erano al Policlinico.

Alle 20 è scattata la fase due: i polmoni sono stati ricondizionati con la tecnica “ex-vivo lung perfusion” (Evlp). Un’altra tecnica introdotta in Italia dall’ospedale della Ca’ Granda, che sinora l’aveva adottata per rendere trapiantabili polmoni prelevati a cuore battente. In pratica, gli organi vengono ripuliti e “ringiovaniti” con tecniche di circolazione extracorporea, aumentando le chance di successo. A mezzanotte, il dottor Valenza ha giudicato i polmoni trapiantabili. Anna, che aveva già dato e ha rinnovato il suo consenso a questo tipo di operazione, è finita sotto i ferri alle 5.10 del primo novembre. L’intervento, eseguita dall’équipe di chirurgia toracica del professor Luigi Santambrogio, è durato 12 ore, di cui otto in circolazione extracorporea: «È stato un trapianto complesso – spiega il chirurgo -, la paziente era provata e ha avuto problemi cardiologici e poi di coagulazione: le abbiamo fatto 28 sacche di sangue». Alle 17.20 Anna è uscita dalla sala operatoria per entrare nella Terapia intensiva diretta dal professor Luciano Gattinoni. Il 6 novembre è stata svegliata e ha iniziato la riabilitazione respiratoria. «Sta reagendo bene al trapianto ed è in netto miglioramento», dicono i medici. Tra dieci giorni potrebbe tornare a casa.

Il suo è stato il primo trapianto di polmone, ma non il primo di un organo a cuore fermo in Italia: in altri ospedali l’hanno già fatto col rene. In Australia, alcune settimane fa, per la prima volta con un cuore. In Gran Bretagna, addirittura il 30% dei donatori è di questo tipo. Eppure c’è un motivo se Nanni Costa, direttore del Centro nazionale trapianti, dice che quelle trenta ore a cavallo di Ognissanti al Policlinico hanno segnato «uno dei momenti più importanti degli ultimi cinque anni, forse di più» della trapiantologia italiana che, ricorda Luigi Macchi, il direttore generale, «è nata qui al Policlinico nel ‘68». La novità è proprio il modello di organizzazione, «semplice, esportabile e a basso costo».

Vuol dire molti più possibili donatori che, prima, non sarebbero neanche stati presi in considerazione. Come Marco. «Tutto questo percorso, però, parte da un gesto di generosità», precisa il dottor Valenza, che con tutto il team ha vissuto l’esperienza rara di guardare, in poche ore, la disperazione negli occhi della famiglia del donatore e la speranza in quelli dei parenti di Anna. Anna che non guarirà dalla fibrosi cistica, anche se, spiega il professor Blasi della Pneumologia, la bilancia tra svantaggi (come le infezioni) e vantaggi (giovane età, condizioni cardiovascolari, aderenza alle terapie post-trapianto, perché sono più diligenti di solito le persone abituate a stare sotto controllo medico fin da bambine) dati dalla sua malattia pesa a suo favore: se l’aspettativa di vita a 5 anni per un trapiantato di polmone è del 50%, per un trapiantato con la fibrosi cistica sale al 65%. Anna, che un anno fa temeva di non festeggiare il suo 37 esimo compleanno, adesso ha buone possibilità di dichiarare gli anta. Giovedì, dicono, ha sorriso.

Milano, 15 novembre 2014 ­
Fonte Il Giorno
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