Tensione al funerale della donna morta. Il fratello: “Voglio la verità sulla fine di mia sorella”. Gettati via i fiori del marito

marinella bertozzi«Voglio la verità sulla morte di Marinella. Voglio sapere cos’è successo. Per me, per tutta la mia famiglia e soprattutto per lei».  Roberto Bertozzi è circondato da amici e parenti nel santuario di Querce per il funerale di sua sorella, morta il 30 ottobre scorso nella casa di via delle Ceppate. C’è dolore per una morte improvvisa, a soli 50 anni.

Ma si respira anche rabbia per una morte che ha lasciato dei dubbi. Che soltanto l’inchiesta della Procura della Repubblica potrà chiarire. Un’indagine scattata dopo la denuncia di Roberto (titolare della conceria Myzar di Santa Croce sull’Arno, dove in passato aveva lavorato anche Marinella) e sulla quale gli inquirenti continuano a mantenere il più stretto riserbo, in attesa di completare il complicato puzzle con gli ultimi tasselli, a cominciare dai risultati dell’autopsia (effettuata mercoledì scorso all’istituto di medicina legale a Firenze). Dalle testimonianze di chi conosceva bene Marinella e dagli elementi forniti dagli uomini del Reparto investigazioni scientifiche di Firenze, che nei giorni successivi alla tragedia hanno effettuato vari sopralluoghi nella villetta bianca di proprietà della famiglia Bertozzi, ancora oggi sotto sequestro.

Quattro file più indietro rispetto a Roberto, nella chiesa della frazione fucecchiese, c’è Giacomo Benvenuti, marito di Marinella, originaria di San Miniato ma che da anni viveva a Querce. È stato lui la sera del 30 ottobre intorno alle 20.30 a chiamare il 118. I soccorritori trovarono la donna nuda nel letto, tentarono disperatamente di rianimarla, ma non c’era più niente da fare. Ed era stato lui – subito dopo la constatazione del decesso – a far allestire la camera ardente all’interno dell’abitazione. Poi però il corpo della donna, con evidenti ematomi (le lesioni sono state riscontrate anche dal medico legale), ha fatto scattare la denuncia. E innescato una serie di interrogativi, che in queste due settimane si sono moltiplicati, facendo salire la tensione. Quella stessa tensione che si respirava ieri intorno alla bara della cinquantenne.

Ma anche al cimitero, dove qualcuno ha preso la corona di fiori portata (e firmata) dal marito. E l’ha portata a una ventina di metri di distanza da dove era in corso la sepoltura di Marinella, abbandonandola vicino al cancello, proprio accanto a un sacco di rifiuti delle estumulazioni. Giacomo, trentanove anni, dipendente di un’azienda conciaria di Santa Croce sull’Arno se ne accorge uscendo dal cimitero, subito dopo aver ricevuto la stretta di mano e le condoglianze di donUdoji Onyekweli, rettore del santuario, che ha appena celebrato la funzione religiosa invitando i fedeli alla preghiera «perché tutti pecchiamo, tutti sbagliamo, ma ricordiamoci che dobbiamo renderne conto al Signore. Vi invito ad aprire il cuore, perché soltanto così possiamo trovare le risposte alle domande che ci facciamo».

Benvenuti – di fronte ai “suoi” fiori allontanati dalla bara della moglie – tira dritto. Non ha nessuna voglia di parlare, tantomeno con un giornalista.Non vuole raccontare cosa è successo quella sera in via delle Ceppate e rivivere quei drammatici momenti che hanno preceduto la sua telefonata al 118 per chiedere aiuto di fronte alla moglie che stava male. Preferisce rimanere in silenzio.Allarga le braccia, scuote la testa e pronuncia soltanto una parola: «Basta». Lo ripete due volte. E se ne va.

Francesco Turchi – Il Tirreno

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