La frattura del bimbo era scomposta. Due medici vanno a processo

medicinaIl piccolo ha perso la funzionalità del gomito per sempre. Lo hanno ingessato senza operarlo a Massa. Poi l’inutile fisioterapia

Aveva sei anni il bimbo quando quel pomeriggio di inizio maggio del 2011, approfittando di una bella giornata di sole, insieme alla nonna materna scelse il parco della Rinchiostra per divertirsi qualche ora. Invece sarebbe cambiata la sua vita e quella della sua famiglia. Il piccolo aveva individuato lo scivolo per lo svago, ma vieni giù una volta, vieni giù due e vieni giù tre le forze cominciano a mancargli. E all’ennesima risalita perde l’appiglio e cade dalle scalette. E batte violentemente il braccio in terra. E comincia a piangere per il dolore.
La corsa all’ospedale e l’arrivo al pronto soccorso, dove alla nonna si aggiunge anche il papà. Lunga attesa prima della visita, poi la radiografia, il tutore e il verdetto del primo medico, finito a processo con l’accusa di lesioni colpose permanenti: Marcantonio Lapiana. Secondo il medico legale che ha fatto la perizia che attesta l’errore sanitario ha sbagliato a non richiedere una radiografia laterale perché da quella frontale la frattura scomposta non era evidente. Doveva essere operato. Non è l’unico camice bianco sul banco degli imputati perché il perito ha evidenziato una condotta errata anche nelle scelte dell’altro ortopedico, quello di fiducia, interpellato dai genitori del piccino: Alessandro Tripodo, aiuto nella casa di cura San Camillo di Forte dei Marmi dove si occupa di chirurgia protesica.
C’è voluto un anno di dolorosa fisioterapia per accertare che quel braccino non sarebbe mai più tornato quello di prima. Ed è per questo periodo che la famiglia del bimbo punta il dito contro Tripodo (la denuncia, con l’assistenza dell’avvocato Enzo Frediani, in un primo momento era stata presentata solo contro di lui), perché non si è accorto di quello che avevano fatto al pronto soccorso e ha richiesto esami che non servivano a smascherare l’errore: ovvero un’ecografia, che senza le radiografie non ha potuto far accertare niente al tecnico, e una tac. Quest’ultimo esame però non è stato eseguito perché il padre del bimbo si è opposto, come ha raccontato lui stesso in aula ieri (vedi box) al giudice Giovanni Sgambati e al pubblico ministero Debora Bracco. La sua diagnosi era quella di insistere con la fisioterapia, fino a che l’arto non si sarebbe sbloccato.
Quando dopo quasi un anno di esercizi e raggi laser tutto restava immutato, ecco che il padre porta il piccolo al Meyer a Firenze. E qui riceve una mazzata: l’ortopedico dell’ospedale gli dice che l’osso si è saldato male e si è calcificato in modo irreparabile. «Suo figlio non riacquisterà mai più l’intero movimento del gomito». Per il genitore è un incubo, una sentenza inverosimile. Così altro viaggio della speranza in direzione Genova, dove c’è il Gaslini. Identica diagnosi a quella del Meyer. Crolla la speranza e nasce la voglia di avere quantomeno giustizia. Il babbo interpella un medico legale e poi presenta l’esposto in procura. Il 10 marzo dovrebbe essere il giorno della sentenza, ma prima (il 17 febbraio) verranno sentiti gli ultimi testi e anche i medici.

Il Tirreno