Fincantieri, 37 operai morti per amianto La Cassazione conferma le condanne

fincantieriOperai morti per amianto: confermate dalla quarta sezione Penale della Cassazione le condanne per omicidio colposo a carico di tre ex dirigenti della Fincantieri di Palermo per la morte di 37 operai a causa del tumore per l’amianto. Pene ridotte per alcune prescrizioni. Confermati risarcimenti a vittime, Inail e Fiom.
In particolare la quarta sezione penale per prescrizione ha ridotto la condanna per Luciano Lemetti che passa da 4 anni e 2 mesi a 3 anni e 6 mesi, per Giuseppe Cortesi da 3 anni e 5 mesi a 3 anni e 1 mese, e Antonino Cipponeri da due anni e 8 mesi di reclusione a 2 anni, 7 mesi e 10 giorni.
A quanto si è appreso si sarebbero prescritti gli omicidi colposi avvenuti tra il 1998 e il 2000. In sostanza esce confermato il verdetto emesso il 6 novembre 2012 dalla Corte di Appello di Palermo. In primo grado sono stati liquidati dal giudice con provvisionali circa 5 milioni di euro.

RITORNA LA FIDUCIA – Riprendono fiducia, con questo verdetto, le tante vittime del killer invisibile che uccide dopo decenni, le loro famiglie in attesa di giustizia, la moltitudine dei malati che toccherà il picco nel 2025. E anche l’Inail – l’istituto nazionale assicurativo per gli infortuni sul lavoro – riacquista piena legittimità a reclamare il risarcimento delle prestazioni economiche delle quali si fa carico per assistere economicamente chi è colpito da questo terribile tumore per il quale non c’è ancora una cura. Nel processo Eternit, l’Inail era stato estromesso in appello dalla costituzione di parte civile. Nel procedimento che si è concluso, l’istituto assicurativo si è visto invece confermare il diritto alla restituzione almeno di buona parte dei circa sette milioni di euro anticipati per le vittime di Fincantieri che dovrà provvedere a restituire le ingenti somme.

SODDISFAZIONE DELL’INAIL – «Piena soddisfazione» per il verdetto della Cassazione è stata espressa dall’avvocato generale dell’Inail Giuseppe Vella. «È stata confermata la nostra linea processuale di sempre in base alla quale riteniamo che l’Inail, così come prevede la legislazione sul lavoro, ha il diritto ad essere indennizzata per quanto ha dato alle vittime e ai loro familiari in termini di sostegno economico come prevede la Costituzione», ha aggiunto Vella. Adesso una causa civile stabilirà con quale cifra deve essere completamente risarcito l’Inail e le altre parti civili. «Con questa decisione su Fincantieri, abbiamo ripreso fiducia dopo il momento di scoraggiamento per come si è concluso, l’altro ieri, il maxi-processo Eternit», ha ammesso Vella aggiungendo che il differente esito processuale di queste due vicende, dimostra che «certamente il processo penale ha le sue vicissitudini, ma c’è qualcosa che non va nel nostro ordinamento e sarebbe meglio correggere fin dall’inizio i processi che presentano criticità».
Apprezzamento è stato manifestato da Vella anche per il sostituto procuratore generale della Cassazione Giuseppina Fodaroni che nella sua requisitoria aveva chiesto la conferma delle condanne, al netto delle prescrizioni, e dei risarcimenti. Il collegio della Quarta sezione penale è stato presieduto da Giacomo Foti, dal consigliere relatore Umberto Massafra, e da Fausto Izzo, Francesco Maria Ciampi e Patrizia Piccialli.

«A LAVORO SENZA MASCHERINE» – Durante il processo, gli operai della Fincantieri hanno raccontato che nello stabilimento di Palermo si lavorava senza mascherine e con aspiratori che non funzionavano. Le polveri di amianto raccolte sul pavimento, che dovevano essere smaltite con apposite cautele, venivano semplicemente spazzate come fossero innocui granelli di polvere. Mancava un servizio di lavaggio delle tute: le mogli degli operai le lavavano a casa. Come faceva Calogera Gulino, anche lei morta di cancro pochi mesi dopo aver sepolto il marito Angelo Norfo. «Questa sentenza dimostra che è urgente riformare la prescrizione: su 62 capi di imputazione, più della metà sono stati prescritti», ha sottolineato l’avvocato della Fiom di Palermo, Fabio Lanfranca, parte civile nel processo. «Per il resto la sentenza conferma i giudizi di primo e secondo grado: a Palermo, Fincantieri, che ha negato l’uso di amianto, ha violato sistematicamente per anni la normativa sulla sicurezza, senza informare i lavoratori né dotare gli operai degli strumenti di protezione», ha spiegato il legale del sindacato dei metalmeccanici. Infine, ha fatto notare Lanfranca, «secondo i dati processuali, 1.750 lavoratori sono stati mandati in pensione con contributi statali dopo che per anni sono stati esposti all’amianto».

LA STORIA, IL TRACCIATORE CHE NON SAPEVA – Faceva il tracciatore: prendeva le misure dei pezzi da sostituire nelle navi. Antonino Tricomi per una vita ha lavorato nel Cantiere navale di Palermo e la prima volta che varcò il cancello dello stabilimento non era nemmeno maggiorenne: aveva 17 anni. Quel lavoro lo avrebbe condannato a morte, ricorda adesso la figlia Maria, 36 anni, impiegata in un negozio di ottica. Antonino Tricomi è morto a 58 anni, nel 2002, quando era appena andato in pensione e poco dopo essersi ammalato di asbestosi. La famiglia ha deciso di non dirgli nulla sulla natura di quel male, né delle ragioni che l’avevano causato. Mai, dice Maria, avrebbe pensato che il lavoro di cui viveva da sempre era lo stesso che l’avrebbe fatto morire. Nessuno lo aveva avvisato dei rischi procurati dall’esposizione all’ amianto. «Ci prendevamo in giro – racconta la figlia -, cos’altro avremmo potuto fare io, i miei due fratelli, mia madre. Alla morte di mio padre abbiamo intrapreso una battaglia legale per chiedere giustizia». «Non scorderò mai – aggiunge – il giorno in cui è arrivato il risultato dell’esame istologico: ero appena tornata dal mio viaggio di nozze. Sono stati i medici a chiederci se lavorava in Fincantieri e a denunciare l’accaduto, come se tutti se l’aspettassero».

Corriere del mezzogiorno

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