Festino a luci rosse e presunto stupro, i ragazzi: «Quando usciremo dal carcere?»

prigione carcere sbarre«Quando usciremo dal carcere?». I due ventenni dietro le sbarre lo chiedono ai genitori che dall’agosto scorso, ogni giovedì, vanno a trovarli. Sono le uniche visite che hanno ricevuto in questi mesi. Lo scrivono agli amici. Dal carcere hanno mantenuto contatti per lettera. Non scrivono tantissimo, ma scrivono. Confidavano, e confidano molto, nelle conclusioni a loro favore della relazione del consulente del Pubblico Ministero Aldo Mantovani dopo l’esame sui capelli prelevati a tre dei quattro protagonisti di quel festino a bordo piscina, il primo luglio scorso, quando una ragazza avrebbe subito abusi sessuali da parte dei due ventenni dopo essere stata stordita somministrandole, a sua insaputa, il Ghb. MA IL GHB non è stato assunto dai tre, stando agli accertamenti ufficiali condotti sui capelli del trio.

La presenza della sostanza non è stata rilevata poiché non è risultato il picco rispetto al valore medio che dà la prova dell’assunzione. Un dato, questo, sul quale in queste ore stanno lavorando i difensori dei due detenuti, due penalisti di prim’ordine: Annarosa Francini e Salvatore Salidu che stanno definendo i passi da fare, non ultimo tentare ancora una volta la scarcerazione dei ragazzi. Nel settembre scorso il Riesame rigetto l’istanza. La notizia di questo risultato favorevole ai due ragazzi – anticipata ieri da La Nazione – ha destato clamore. Ci sono decine e decine di commenti sui social network, riaccendendo l’attenzione su una vicenda che la scorsa estate ha lasciato attonita tutta la zona. Ma ha acceso l’attenzione anche sul particolare esame in questione che, giudicato attendibile scientificamente da una vasta letteratura, ha provato la mancata assunzione della droga dello stupro rinvenuta invece quattro giorni dopo nelle bottiglie di quella festicciola.

Proprio secondo questa letteratura l’analisi del capello fornisce una misura retrospettiva e a lungo termine dell’uso della sostanza. Testare il capello può estendere la finestra di rilevabilità per settimane, mesi o addirittura anni. Per provare l’assunzione esogena sulla presunta vittima e sui presunti colpevoli – la testimone oculare si è rifiutata – sarebbe stato analizzato un periodo ampio tale da comprendere il periodo precedente, quello del presunto crimine e quello successivo: essendo una sostanza endogena è significativo il picco, la presenza quattro o cinque volte superiore il valore basale. Questi picco – come ha confermato al nostro giornale l’avvocato Francini – non c’è mai stato. Ma non ci sarebbe mai stata neppure una deviazione alla sostanziale linearità dei risultati, ovvero tale da provare almeno l’assunzione di un basso dosaggio.

Al lavoro del consulente del Pubblico Ministero ha partecipato, nelle forme e nei modi previsti dalla legge e in ottemperanza delle disposizione del giudice, il consulente della difesa dei ragazzi. L’esame del capello è tipico della tossicologia forense, si legge in ampi studi, perché permettere accertamenti che con i normali liquidi biologici, come il sangue e le urine, non sarebbe più possibile effettuare. Nel capello le sostanze possono essere rilevabili per almeno un anno dopo l’assunzione, ovviamente se non tagliati. Forse qualcosa della storia di come andarono le cose quella sera è da riscrivere. La scarcerazione non è detto però che sia proprio dietro l’angolo.

Carlo Baroni
Pontedera (PI), 3 dicembre 2014
Fonte La Nazione
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