«Sono cresciuto qui a Milano, eppure resto un diverso» – VIDEO

suicidio disperazione disperatoParla il giovane di colore insultato e picchiato dai muratori in via Casale

Dopo le botte e le cure dei medici, una notte senza chiudere occhio. A pensare e ripensare «al perché di tanta cattiveria». I dolori al mento e al capo per i colpi ricevuti sono passati in secondo piano, anche se l’altra mattina è dovuto ritornare al Policlinico per una visita di controllo. Roberts Latir, 31 anni, del Gambia ma da 15 anni in Italia, è addolorato per quanto accaduto l’altro pomeriggio in via Casale, quando è stato insultato e picchiato da tre muratori bergamaschi solo perché ha la pelle scura. «Eppure ho conseguito la licenza media qui, a Treviglio, lavorando di giorno e frequentando la scuola serale». Roberts è arrivato in Italia nel 1998 e ha sempre lavorato: in fabbrica a montare canne fumarie e caminetti, a distribuire riviste, a fare traslochi. Tanti anni in regola, senza mai sgarrare, che gli hanno permesso di conseguire la carta di soggiorno. «Adesso, purtroppo, il lavoro è diminuito, ma ho la fortuna di avere tanti amici che mi stanno dando una mano, procurandomi dei lavoretti. E io non mi tiro mai indietro».

Poi i pensieri vanno al suo Paese, il Gambia, ex colonia britannica indipendente dal 1965. «In questo momento i miei genitori sono lì e spero proprio non siano venuti a sapere di quanto mi è accaduto. Ne soffrirebbero troppo. Io sono venuto in Italia per migliorare la mia vita. Del resto il sogno italiano resta nel cuore di molti». Italia per Roberts vuole dire Milano e dintorni. Perché si è sempre mosso qui, nonostante non siano sempre state rose e fiori. «La generosità di alcune persone è fuori discussione. Però non c’è giorno che non debba fare i conti con una realtà che non definirei razzista. Ma quando mi vedono, nei miei confronti c’è molta diffidenza. Mi fanno sentire scomodo, diverso». E ricorda un episodio increscioso che gli è capitato la scorsa settimana sui Navigli. «Sono entrato in un ristorante chiedendo di poter andare in bagno. Mi è stato negato con una scusa a dir poco puerile. Così ho fatto pochi metri e ho chiesto la stessa cosa a un cinese che gestisce un bar. Nessun problema: mi ha indicato i servizi senza pretendere che consumassi. Loro hanno più umanità, sentono meno la differenza di razze».
Si tocca le mani e guarda alcune escoriazioni che gli ricordano il pomeriggio dell’aggressione. «Porto ancora i segni, anche qui sulla fronte. Dalla rabbia e dalla delusione, mi sono messo a piangere. Dopo anni di sacrifici, pagando le tasse, sentirsi ancora dire “negro di… torna al tuo Paese” è veramente frustrante. E poi mi hanno picchiato in tre, da vigliacchi. Anche chi non ha alzato le mani, mi gridava in faccia di andarmene via».
Una vicenda che avrà di certo conseguenze: la polizia intervenuta sul posto aveva ascoltato i testimoni e identificato i «picchiatori». Latir è stato convocato dal suo consolato per dare conto dell’accaduto. «Penso mi aiuteranno a sporgere denuncia». E visto che siamo prossimi al Natale si augura che «queste feste portino tante belle cose, ma soprattutto l’armonia tra la gente. Prima di giudicare le persone bisognerebbe conoscerle, e il colore della pelle è poca cosa».

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