«La Orlandi non interessa a nessuno»

Emanuela Orlandi«La verità è che di quella ragazzina non gliene frega niente a nessuno… l’unica cosa che mi dispiace è per i genitori che non hanno nemmeno una tomba sulla quale pregare». Sono passati tre giorni dalla conclusione dei rilievi della polizia scientifica sul corpo di Enrico De Pedis, dopo l’apertura della bara tumulata nella basilica di Sant’Apollinare a Roma. Il 17 maggio 2012 Massimo Carminati, al telefono con il fratello Sergio, commenta così l’iniziativa della magistratura di ispezionare il sarcofago dell’ex boss della Banda della Magliana. «La notizia è che dentro la tomba di Renatino hanno trovato proprio Renatino – racconta “er Cecato” nella conversazione intercettata dai carabinieri del Ros – Poi dice che adesso sfonderanno tutta la chiesa perché è piena di ossa. La verità è che di quella ragazzina non gliene frega niente a nessuno, hanno messo in piedi un altro teatrino. L’unica cosa che mi dispiace è per i genitori che non hanno nemmeno una tomba sulla quale pregare». L’occasione per parlare della scomparsa di Emanuela Orlandi e dell’inchiesta della Procura di Roma (su un caso che non si è ancora chiuso) è la telefonata che Sergio Carminati fa a Massimo per commentare un articolo pubblicato due giorni prima su Il Fatto quotidiano . Articolo incentrato sulle dichiarazioni di Antonio Mancini, ex membro della Banda della Magliana, conosciuto con il soprannome di “Accattone” per la sua passione per Pasolini. Nell’intervista Mancini spiega che «De Pedis era entrato in un giro strano con Massimo Carminati, un fascista che oggi fa i miliardi con i ristoranti». Il “Guercio”, infatti, è sempre stato considerato una sorta di erede di Renatino. L’ex componente della destra eversiva spiega al fratello che forse il ristorante al quale fa riferimento Mancini è quello suo (di Sergio). Poi aggiunge che non gli «interessa quello che dice l’Accattone», lo definisce «un minorato mentale», che non vale nemmeno la pena intentare contro di lui una causa civile «perché non ha nulla». Alla fine della telefonata, Massimo Carminati «fa riferimento a una certa Minaldi – annotano gli investigatori – che pare averlo accusato dell’omicidio di Calvi quando lui era in galera». Sergio reagisce ridendo e consiglia al fratello di lasciar perdere. Il riferimento tra i due è al processo per la morte di Roberto Calvi, conosciuto come il “Banchiere di Dio”, trovato impiccato il 18 giugno 1982 in circostanze sospette sotto un ponte sul Tamigi, a Londra.
di Valeria Di Corrado

Fonte Il Tempo

Roma, 14 dicembre 2014

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