Loris, la nonna choc: Veronica s’è fermata per buttare il corpo

ImmagineÈ la telecamera numero 12 che inchioda Veronica Panarello, la numero 12 delle tredici telecamere del paese che da sole costituiscono l’architrave di queste indagini. È la telecamera di un’azienda agricola «ubicata in una strada poderale collocata tra la strada comunale 35 e il luogo di rinvenimento del cadavere (strada del vecchio Mulino)». È l’occhio elettronico che sorprende la sua Polo nera per ben due volte: la prima fra le 8.33 e le 8.35 di sabato 29 novembre, la seconda fra le 9.26 e le 9.39, con una sosta ben più lunga attorno al canale di scolo perché lo scarto, rispetto a un ragionevole percorso, è addirittura di sei minuti, cinque minuti e 33 secondi per l’esattezza. La giovane mamma, scrive il giudice Maggioni nell’ordinanza che la costringe a rimanere in carcere, «ha avuto il tempo e l’occasione per gettare il corpo esanime del piccolo Loris nel canale di scolo dove è stato trovato il successivo pomeriggio».

DUE VOLTE AL MULINO: LA PRIMA PER FARE UN SOPRALLUOGO
Centosei pagine di ordinanza, un affaccio sull’orrore. A cominciare da questi due passaggi della Polo Nera attorno al Mulino Vecchio. Il primo, soprattutto: è stato un sopralluogo criminale, avendo già deciso di uccidere il figlio? E con quale coraggio, visto che in macchina aveva l’altro figlio, il piccolo Diego, una bambino di appena tre anni ancora da accompagnare all’asilo? Fa venire i brividi anche l’idea che stavamo per crederle, per credere che Veronica in vita sua in quel posto non ci fosse mai stata. Si sarebbe presa gioco ancora una volta del mondo intero se mamma e sorella non si fossero confessate in una intercettazione: «Andava lì a prendere l’acqua da bambina…».

Hai voglia a dire – e prova a dirlo la difesa – che quella Polo nera forse non è la sua. «L’analisi accurata dei filmati» lascia adito a pochi dubbi: si riconoscono bene, lungo il percorso che fa quella mattina, «la vernice sul tettuccio screpolata e scolorita, il tagliando assicurativo posizionato sulla parte superiore sinistra del parabrezza, i deflettori antiturbo montati sui finestrini delle portiere».

DAVIDE RICONOSCE IL FIGLIO NEL VIDEO DELLE TELECAMERE
E se non bastasse, ci sono le puntuali ammissioni del marito di Veronica, del padre di Loris, Davide Stival, subito dopo aver visto in Procura quelle immagini. Una serie di amarissimi «Riconosco…». Riconosce, il povero Davide in un fermo immagine, «mia moglie e i miei due figli, Loris e Diego». Ammette di aver ritenuto «compatibile con Loris la sagoma che ritorna verso l’ingresso dello stabile» e, soprattutto, «riconosco mia moglie che dopo aver parcheggiato nei pressi nella ludoteca in cui accompagna il piccolo Diego, chiude a chiave l’autovettura, cosa che non farebbe se all’interno della stessa ci fosse Loris».

COPIA DELLE CHIAVI A LORIS PER FARLO RIENTRARE A CASA
Sapevamo delle bugie di Veronica, sapevamo che ha sempre sostenuto di aver accompagnato quel bambino a scuola e invece non l’ha mai fatto, che s’è aggrappata a una vigilessa e un tabaccaio – per poi essere smentita – pur di dimostrare l’indimostrabile. Ma non sapevamo di altre assurde bugìe, che solo l’ordinanza di custodia cautelare adesso ci rivela.
La bugia delle chiavi del garage, per esempio. Lei si ostina a dire davanti ai pm che «le chiavi del garage non erano più conservate in macchina da alcuni mesi senza fornirne una ragione chiara e precisa».

La smentirà Davide in una intercettazione. A un certo punto il papà di Loris ricorderà: «Adesso questo mi sta venendo in mente, lei ha un altro mazzo dentro la macchina, dove ci sarà quella del garage… quindi lei gli ha dato le chiavi che erano dentro la macchina». Così si risolvono almeno due piccoli misteri: Loris è tornato a casa con quelle chiavi e Veronica, quando è rientrata con la sua Polo nera, è dovuta ripassare dal portone piuttosto che entrare dal garage perché non lo poteva più aprire.

Poi la bugia delle forbici, ritrovate dagli investigatori nella stanza dei bambini, che potrebbero essere le stesse usate per tagliare la fascetta con cui Loris è stato strangolato, le forbici che gli hanno lasciato anche segno sul viso. Ci pensa sempre Davide: «Le forbici ritrovate all’interno della cameretta dei bambini di solito erano custodite nella stanza da bagno. Non saprei riferire il motivo per cui si trovavano in quella stanza». Se solo le analisi in corso trovassero anche tracce di sangue su quelle forbici, sarebbe un bel passo avanti.

TENTÒ DI UCCIDERSI, MA ACCUSA: MIA MADRE SE L’È INVENTATO
Poi la bugìa del suicidio. O meglio, il fatto che Veronica Panarello continua ancora a oggi a negare, «anche davanti all’evidenza», di aver tentato di togliersi la vita prima nel 2003 e poi l’anno dopo, nonostante i due episodi siano ben custoditi nel fascicolo personale che i Carabinieri della stazione di Santa Croce hanno su di lei. E comunque, per non smentirsi, «incolpando addirittura la madre di esserselo inventato».

C’è un’altra inquietante bugia che viene fuori da queste carte. La giovane donna nega in tre diverse deposizioni di essere tornata a casa quella mattina, tra le 9.39 e le 9.42, nonostante le telecamere dicano il contrario. A fare che? A sistemare cosa? Solo nell’interrogatorio del 9 novembre, a fermo già scattato, la memoria le viene in soccorso e ammette «questa circostanza ripetutamente omessa asserendo di essere rientrata presso l’abitazione al fine di prelevare un’agenda su cui aveva trascritto alcune ricette di cucina».

Ma è soprattutto il mondo che le sta intorno a non crederle più. C’è una intercettazione che coglie le voci della madre Carmela e della nonna. La nonna stessa sembra non avere dubbi: «C’è stata lì, dopo del bambino eh…, è stata lì, ha aspettato, quanto ha detto… cinque sei minuti è stata ferma lì, nel posto dove è morto il bambino».

E Carmela, la mamma di Veronica: «Il tempo di buttare il bambino là sotto, perché per buttare l’immondizia non ci vogliono sei minuti». E’ la nonna che tira le conclusioni: «Non gli fanno neanche vedere il funerale, te lo dico io…».

IL NONNO PATERNO: NON SAPEVA DOVE GETTARE IL BAMBINO
Infine la famiglia Stival, con il marito Davide che non riesce a farsene una ragione: «Ti rendi conto che ha fatto, se lo è messo in macchina ed è scesa, per andare a buttare la spazzatura, lei dice…». Andrea, il padre di Davide, è sicuro: «Aveva Loris dentro la mattina e non sapeva dove buttarlo il bambino… Puttana».

Sono le 4.57, l’alba del 9 dicembre. Arriva Pinuccia, la madre di Davide, e prova a metter fine a quella tortura: «Non hai freddo?»

di Nino Cirillo

Fonte Il Messaggero

Roma, 14 dicembre 2014

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