Ventidue anni per vincere la causa: “Ma intanto ho perso tutto”

toghe giustizia Ventidue anni per sentirsi dire «avevi ragione», ventidue anni nel corso dei quali tutto è andato in fumo: azienda, casa, famiglia. E’ la storia, per certi versi sconvolgente, che ha segnato gli ultimi 22 anni di vita di Paolo Giuntini, quarratino doc di 70 anni. Ecco com’è andata.

A INIZIO anni Novanta Giuntini era in cima al mondo: tutto filava a meraviglia. Aveva un’azienda con 45 dipendenti, il mobilificio Bg Expo di Quarrata, che si trovava in un immobile di sua proprietà valutato all’epoca in 6 miliardi di lire; una villa in pieno centro a Forte dei Marmi e una bella residenza a Quarrata. Ma il mercato, già nel 1991, cominciava a far presagire quello che sarebbe accaduto nel medio periodo al distretto del mobile. Giuntini, da imprenditore acuto, annusa l’aria e decide di provare il salto di qualità, lasciando la produzione tradizionale per realizzare una linea di design di grido, firmata da Paolo Gucci della celebre maison fiorentina. «Ho girato il mondo per trovare l’idea giusta – racconta oggi – e alla fine trovai il designer ideale. Era una collezione bellissima, ma per realizzarla servivano modelli, prototipi: un cospicuo investimento che richiedeva lo stop alla produzione tradizionale».

Per farla breve: Giuntini si rivolge alla Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, della quale era cliente, per ottenere un mutuo di 800 milioni di lire, garantito in titoli di Stato (Cct) per 600 milioni. Il mutuo viene concesso al 31 dicembre 1991 ma già poco dopo, nel febbraio 1992, la banca chiede all’imprenditore di «rientrare». Lui, sorpreso, autorizza la vendita dei titoli dati in pegno e qui nasce il problema: la banca, anziché provvedere a vendere i Cct e incassare, decide di fare una segnalazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia. Per chi non è pratico: essere segnalati alla Centrale rischi significa la morte di un imprenditore, da quel momento si viene bollati come inaffidabili e nessuna banca si sognerebbe di concedere nemmeno una lira di credito. Solo dopo questa segnalazione i titoli vengono venduti dalla Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, che a quel punto (a settembre) chiede di ripianare anche il modesto scoperto residuo, circa 50 milioni di lire: non una grande cifra, che Giuntini poco dopo salda. Ma nel frattempo è partita una seconda segnalazione alla Centrale rischi.

PER L’UOMO è la fine: perde tutto, azienda (dopo un concordato), la villa del Forte, la villa di Quarrata. La sua famiglia si sfalda, oggi vive con la pensione sociale. Ma in questi 22 anni non si è pianto addosso.

GIUNTINI fa causa alla banca. La malagiustizia italiana nel settore civile è particolarmente lenta e così servono 12 anni – sì: dodici anni – per arrivare alla sentenza di primo grado, che nonostante una consulenza tecnica disposta dal giudice e a favore dell’imprenditore decide di dare ragione alla banca. Siamo nel 2004 e Giuntini cambia legale: assistito dall’avvocato Jacopo Calò Carducci, del Foro di Prato, fa appello e la Corte di Firenze riforma solo in parte la prima sentenza: dice che sì, la prima segnalazione non era corretta ma la seconda sì, quindi non c’era nessun danno da risarcire. La difesa rimane di sasso: come fa a essere corretta la seconda segnalazione se non lo era la prima, della quale era diretta conseguenza? Ecco che si va in Cassazione e la prima sezione civile della Suprema Corte cassa la sentenza di appello e la rinvia ai giudici fiorentini, ovviamente in diversa composizione.

PER LA CASSAZIONE, che ha accolto il ricorso dell’avvocato Calò Carducci, Giuntini ha ragione. «Adesso – spiega l’avvocato pratese – possiamo cantare vittoria, ma non è finita: torniamo in appello forti di una pronuncia che ci dà ragione. Adesso è il momento di chiedere il risarcimento dei danni e si tratta di una vita intera da quantificare». E anche se la cifra non è stata ancora calcolata dalla parte, c’è da scommettere che non saranno spiccioli.

di Luca Boldrini – La Nazione