Il bollettino di guerra in Medio Oriente

Mai come a inizio 2015 gli squilibri regionali potrebbero portare diversi Paesi a scontrarsi. Gli ultimi aggiornamenti da Siria, Iraq, Giordania, Libano, Israele e Iran

A Free Syrian Army fighter carries a ball as he stands on the rubble of damaged buildings in Deir al-Zor

La grande guerra mediorientale che da un momento all’altro potrebbe degenerare in conflitto aperto, con migliaia di truppe sul campo, ancora non si è vista. Tuttavia, mai come a inizio 2015 gli squilibri regionali potrebbero portare decine di Paesi a scontrarsi continuamente. Senza dimenticare che la guerra ad alta intensità in Siria e Iraq preoccupa tanto quanto quella a bassa intensità in corso in molti degli altri Paesi sopra descritti, poiché gravida di nuove sciagure per tutto il mondo islamico.

Ecco gli ultimi aggiornamenti da Siria, Iraq, Giordania, Libano, Israele e Iran.

SIRIA

La Siria è al suo quarto anno di guerra e il regime del presidente Bashar Assad appare sempre più in difficoltà. Si diradano infatti i raid dell’aviazione di Damasco e la stessa capitale è ora sotto il tiro dei ribelli di Ghouta, una delle tante fazioni in lotta che non riconoscono padroni, chiamati Esercito dell’Islam guidati da Zahran Alloush.

Lo Stato Islamico si è assestato tra Aleppo, Deir El Zor e il confine con l’Iraq, mentre l’esercito regolare controlla neanche troppo bene la costa siriana, il porto di Tartus, le città di Homs e Hama e una parte del confine col Libano, ma non il confine con Israele e solo in parte quello con la Giordania.

IRAQ

In Iraq, i progressi dei Peshmerga curdi hanno respinto le incursioni dello Stato Islamico a nordest dell’Iraq, da Kirkuk a Wadi Al Ghorab, e le aree a maggioranza curda sono tra le più sicure in tutta la regione, pur se oberate dalla presenza di migliaia di profughi cui mancano anche i beni di prima necessità. L’esercito regolare iracheno, invece, controlla Baghdad e tutto il meridione del Paese, pur se la capitale è teatro di attentati dinamitardi quasi giornalieri, e non riesce ad assestarsi più in là, nonostante i raid amici della coalizione internazionale. Ciò nonostante, miracolosamente l’economia irachena non risente ancora del costo della guerra.

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GIORDANIA

La popolazione giordana e la potente tribù Bararsheh, ramificata nel sud del Paese, gridano “viva il Re, morte a Daesh” e si aspettano che la reazione di Amman sia ancor più drastica, anche se il confine giordano sinora non è ancora stato violato. Posizione difficile quella giordana, la cui popolazione sunnita (92%) è divisa al suo interno tra interventismo e solidarietà al Califfato. Amman sembra sempre più un vaso di coccio tra vasi di ferro.

LIBANO

Situazione simile si può ritrovare in Libano, la cui società è però multiculturale e multireligiosa: il rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto segnerebbe un certo deterioramento per la sicurezza, tale da rovesciare il già precario equilibrio politico. E del resto, nei mesi passati vi sono state alcune incursioni nel Paese e Beirut resta uno dei possibili obiettivi del Califfato.

ISRAELE

Israele, per parte sua, segue la consueta linea secondo cui “la miglior difesa è l’attacco” e continua ad attuare raid mirati che sono da sempre la cifra della sua strategia difensiva. Secondo il premier Netanyahu, però, nulla cambia rispetto al passato. Significativamente, il premier israeliano sottolinea come “L’ISIS brucia la gente viva mentre l’Iran la impicca nella pubblica piazza”. Come a dire, che i pericoli sono molteplici e che la barbarie non è confinata in Iraq.

IRAN

L’Iran sciita è l’altro grande player nella partita anti-Califfato. Teheran è stata investita in via ufficiosa, tanto dal governo di Baghdad quanto dalla coalizione internazionale (leggi Stati Uniti), dell’arduo compito di contribuire a contenere la minaccia sunnita, addestrando e combattendo al fianco dell’esercito iracheno e dei Peshmerga curdi. Ma gli Ayatollah potrebbero voler giocare una partita più ampia, tesa a rafforzare la presenza sciita che si esprime dallo Yemen alla Siria in un Medio Oriente a prevalenza sunnita.

In gioco non c’è solo la sopravvivenza dello sciismo, ma piuttosto un tornaconto politico-economico ben più tangibile, che consiste nella fine dell’embargo e nella ricerca di un consenso internazionale affinché l’Iran possa divenire un robusto pilastro dell’Asia Minore.

@luciotirinnanzi

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