L’ultima lettera dell’americana Kayla Mueller ostaggio dell’Isis. “Ho imparato che in ogni prigione si può essere liberi”

ImmagineLa lettera di Kayla Mueller è un esempio per tutti gli italiani: “No ai ricatti, non pagate per la mia liberazione”.
“Ho imparato che anche in prigione si può essere liberi”. Così scriveva Kayla Mueller in una lettera consegnata alla famiglia nella primavera scorsa, quando la giovane cooperante americana ostaggio dell’Isis, uccisa in Siria, era già da alcuni mesi nelle mani dei suoi rapitori. La volontaria, rapita il 4 agosto del 2013, non voleva che i negoziati per la sua liberazione fossero a «carico» dei genitori: “Se c’è qualsiasi altra opzione, percorretela, anche se dovesse volerci più tempo”, scriveva Kayla, “questo non sarebbe mai dovuto diventare un peso per voi. Nessuno poteva sapere che ci sarebbe voluto così tanto, ma sappiate che anch’io, dalla mia parte, sto combattendo nei modi in cui posso e ho ancora molto spirito combattivo dentro di me”. La lettera è stata diffusa dalla famiglia, dopo il messaggio privato ricevuto dall’Isis, con “ulteriori informazioni” che hanno consentito di prendere atto della morte della figlia. Qui di seguito la lettera integrale di Kayla.

“A voi tutti, se state ricevendo questa lettera, significa che sono ancora prigioniera mentre i miei compagni di cella (a partire dal 2 novembre 2014) sono stati rilasciati. Ho chiesto loro di contattarvi e farvi avere questa lettera. È difficile sapere cosa dire. Per favore, sappiate che sono in un luogo sicuro completamente illesa e in salute (ho messo su dei chili, in effetti). Sono stata trattata con estremo rispetto e gentilezza. Volevo scrivervi una lettera ben pensata (ma non sapevo se i miei compagni di cella sarebbero partiti nei prossimi giorni o nei mesi a venire, restringendo il mio tempo, e principalmente potevo scrivere questa lettera solo un paragrafo alla volta). Il solo pensarvi mi scatena un attacco di lacrime. Durante tutta questa esperienza, il mio “travaglio” è dipeso tutto dalla consapevolezza di quanta sofferenza vi abbia fatto attraversare. Non vi chiederò mai perdono poiché non merito il vostro perdono. Mi ricordo quando mamma mi diceva sempre che, tutto sommato e alla fine, l’unica cosa che abbiamo davvero è Dio. Sono arrivata a un punto in quest’esperienza in cui, in ogni senso del termine, mi sono arresa al nostro creatore perché letteralmente non c’era nessun altro. E grazie a Dio e alle vostre preghiere, sono stata teneramente cullata in una caduta libera, mi è stata mostrata la luce nell’oscurità e ho imparato che in ogni prigione si può essere liberi.

Sono grata. Sono arrivata a vedere che c’è del buono in ogni situazione, a volte dobbiamo solo andare a cercarlo. Prego ogni giorno che anche voi, se non altro, abbiate sentito una certa vicinanza e vi siate arresi a Dio, così come abbiate formato un legame di amore e supporto l’uno con l’altro. Mi mancate tutti come se fosse passato un decennio dalla nostra separazione forzata. Ho trascorso lunghissime ore a pensare, pensare e ripensare a tutte le cose che farò, al nostro primo viaggio di famiglia in campeggio, al primo incontro all’aeroporto. Ho avuto molte ore per pensare a come, solo nella vostra assenza, a 25 anni ho finalmente compreso il vostro posto nella mia vita. Il dono che è ognuno di voi, e la persona che avrei potuto e non avrei potuto essere se voi non foste stati parte della mia vita, la mia famiglia, il mio supporto. Io NON VOGLIO che i negoziati per la mia liberazione siano a carico vostro; se c’è qualsiasi altra opzione, percorretela, anche se dovesse volerci più tempo. Questo non sarebbe mai dovuto diventare un peso per voi. Ho chiesto a queste donne di darvi sostegno, per favore ascoltate il loro consiglio. Se non lo avete ancora fatto [parte corretta, ndr], potete contattare xxx [correzione, ndr], che potrebbe avere un certo livello d’esperienza con queste persone. Nessuno poteva sapere che ci sarebbe voluto così tanto, ma sappiate che anch’io, dalla mia parte, sto combattendo nei modi in cui posso e ho ancora molto spirito combattivo dentro di me. Non sto andando in pezzi e non cederò, non importa quanto tempo sarà necessario.

Ho scritto una canzone qualche mese fa che dice “la parte di me che prova più dolore è la stessa che mi tira fuori dal letto, senza la vostra speranza, non resterebbe nulla”. Detto altrimenti: il pensiero della vostra pena è la fonte della mia; allo stesso tempo la speranza di essere di nuovo insieme è la fonte della mia forza. Per favore siate pazienti, date il vostro dolore a Dio. So che vorreste che io rimanga forte, ed è esattamente ciò che sto facendo. Non abbiate paura per me. Continuate a pregare come faccio io, e con il volere di Dio presto saremo di nuovo insieme. Siete il mio tutto, Kayla”.

di Mario Valenza

Fonte Il Giornale

Roma, 10 febbraio 2015