Selfie generation

ImmagineLe cronache giornalistiche di questi ultimi mesi ci hanno offerto storie che evidenziano come la rivoluzione digitale possa assumere connotazioni francamente narcisistiche e ossessive. Aprile 2014, North Carolina, Usa. La trentaduenne C.S. alla guida della sua automobile esce di strada e si schianta contro gli alberi, morendo pochi secondi dopo aver postato su Facebook alcuni selfie mentre marciava a velocità sostenuta. Prima di andare a sbattere aveva scritto: “La canzone Happy mi rende felice”, riferendosi a un noto brano musicale, aggiungendo anche alcuni selfie di lei alla guida. Dalla ricostruzione fatta dalla polizia la prima chiamata di soccorso è giunta un minuto dopo. La moda dell’autoscatto con uno smartphone o una webcam pubblicato su un social network si è diffusa a velocità esponenziale in tutto il pianeta, tanto che nel 2013 il termine “selfie” è stato eletto parola dell’anno e inserito nell’Oxford Dictionary. Il vocabolo che significa autoscatto rimanda anche al concetto di “piccolo sé”, dal momento che il dittongo “ie” aggiunto a self lo caratterizza in senso affettuosamente diminutivo. Solo negli Stati Uniti si registrano mediamente 5mila morti l’anno a causa dell’invio di messaggi mentre si è alla guida. Questo drammatico bilancio è il risultato di uno studio approfondito condotto dalla National highway traffic safety administration, da cui si rileva come nella maggior parte degli incidenti mortali le vittime sono sotto i venti anni, e l’evento nel 16% dei casi si è determinato mentre l’adolescente era intento a scrivere, nell’illusione – sostenuta dal senso di onnipotenza indotto dal mezzo digitale – di poter fare due o più cose contemporaneamente. È stato calcolato che mentre si invia un messaggio si distoglie lo sguardo dalla strada per circa cinque secondi in cui, marciando ad esempio a sessanta chilometri l’ora, si percorre “in cieco” un tratto lungo quanto un campo di calcio. Una recente ricerca effettuata in Italia dall’Asaps (Associazione sostenitori e amici della polizia stradale), ha permesso di rilevare su 3.500 veicoli in marcia che 554 conducenti erano al telefono, con un rapporto uomini/donne di 3 a 1. Novembre 2014, i quotidiani nazionali pubblicano la foto di un’infermiera quarantaduenne, D.P., arrestata il mese prima per l’omicidio di una anziana paziente ricoverata all’Ospedale di Lugo di Romagna, uccisa con un’iniezione letale di cloruro di potassio, sostanza che in molti Stati viene impiegata per eseguire condanne a morte, ed indagata per altri 38 decessi sospetti. La foto la ritrae in divisa, sorridente, con entrambi i pollici alzati come a indicare vittoria, la bocca aperta a mimare l’anziana signora verso cui è china che giace senza vita sul letto d’ospedale. Questa e altre immagini sono state, su richiesta, scattate con un telefonino da una collega nello stanzino-obitorio del reparto, e sono costate all’infermiera il licenziamento e l’accusa di vilipendio di cadavere. Questa foto appare la metafora perfetta dell’imbecillità oltre che dell’atrocità del male, e contemporaneamente l’esempio estremo di quel narcisismo beota che sembra diffondersi vertiginosamente sia fra persone innocue – che sentono il bisogno di comunicare sulla Rete a conoscenti e sconosciuti quello che hanno mangiato a pranzo o il modello di scarpe appena acquistate – che fra i delinquenti, come quegli stupratori che si ritraggono mentre compiono le loro “gesta” per potersene poi vantare con i propri simili. E mentre selfie diventava la parola dell’anno, nel maggio dello stesso 2013 negli Stati Uniti veniva pubblicato il DSM 5, il sistema diagnostico più diffuso al mondo in campo psichiatrico, che a distanza di diciotto anni operava il periodico processo di revisione nosografica mantenendo inalterata la categoria del disturbo narcisistico di personalità. Essa si caratterizza per un senso grandioso di sé, un costante bisogno di ammirazione e mancanza di empatia: la capacità di riconoscere e di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri. Questa conferma è avvenuta nonostante il fatto che nel corso degli anni il concetto di narcisismo ha assunto una forte dimensione sociale, riflettendo orientamenti e comportamenti quotidiani che caratterizzano la vita collettiva, venendo pertanto a sfumarsi la differenza fra normalità e patologia in quanto “l’amore di sé” è divenuto un valore e una costante individuale generale. La possibilità offerta dai social media di esporre un “sé idealizzato” virtuale in modo costante e immediato si sposa perfettamente con il diffuso bisogno di ammirazione che pervade ormai molti giovani, chiudendo così il circuito narcisistico e autorinforzandolo continuamente. Al soggetto viene in questo modo offerto un palcoscenico smisurato sul quale mostrarsi realizzando la possibilità di ampliare enormemente il raggio di raccolta del consenso – altrimenti limitato dai vincoli spazio-temporali dell’incontro reale con l’altro – e di esposizione della propria supposta originalità, offrendo solo – eliminando e riprovando – le pose migliori e la giusta angolatura del volto, in modo che l’espressione esplicita corrisponda all’immagine idealizzata quando non addirittura “eroica” di cui nutre se stesso. Negli Stati Uniti, dove le grandi compagnie assicurative e le multinazionali del farmaco condizionano la psichiatria nella scoperta di nuove patologie, è stata recentemente coniata la definizione di selfie sindrome a indicare il disturbo psichico tiipico di coloro che sono compulsivamente impegnati a proporre la propria immagine digitale sui social network e pervasivamente dipendenti dai like di ammirazione dei “piccoli sé” così trionfalisticamente esibiti.

di Luigi Lucchetti*
*dirigente superiore medico-psicologo della Polizia di Stato
Fonte Polizia Moderna

Roma, 22 febbraio 2015