Cambio operatore, il ministero: «Penali solo sulle promozioni»

cellulareIl ministero della Sviluppo Economico interviene nel dibattito sul disegno di legge: «I costi ci sono già, vogliamo regolamentarli». Ma i consumatori ribattono.

Quanto ci costa e quanto ci costerà in futuro abbandonare un operatore di telefonia mobile o fissa? Negli ultimi giorni il dibattito si è fatto particolarmente acceso: le associazioni attaccano e il ministero risponde. Come ha riportato il Corriere della Sera, è stato il disegno di legge sulla Concorrenza approvato venerdì 20 febbraio a tornare sulla spinosa questione con una proposta di regolamentazione che modificherebbe quella attualmente in vigore, e datata 2007. Nell’articolo 16, comma 3-ter, del nuovo testo viene utilizzato il termine “penale” per l’eventuale chiusura dell’accordo anzitempo, mentre la precedente legge, la cosiddetta Bersani, faceva esplicito riferimento all’assenza di “spese non giustificate da costi dell’operatore”.

La disciplina dei costi mai spariti
Le associazioni dei consumatori sono insorte interpretando l’intervento come una legittimazione a caricare su spalle e portafogli degli utenti cifre importanti (anche più di 100 euro) se passano da un marchio all’altro (pratica legittima che peraltro può portare a risparmi non indifferenti, nell’ordine in questo periodo anche di 8 euro al mese) cifre importanti. La risposta alle accuse, e al nostro articolo, del ministero dello Sviluppo economico è arrivata altrettanto rapidamente: “Il disegno di legge sulla Concorrenza […] non prevede in alcun modo la reintroduzione di penali per chi recede dai contratti di abbonamento a telefoni fissi e mobili, Internet o a pay-tv”, si legge in una nota. “La norma non cambia le disposizioni generali in materia di recesso anticipato dai contratti (già regolati dal Dl 7/2007) ma disciplina i costi di uscita dalle sole promozioni relativi ai medesimi servizi”, prosegue il testo del Mise, che precisa come sia stato fissato il “tetto di durata di 24 mesi per la durata delle promozioni” e che “le eventuali penali – già esistenti nelle promozioni – devono rispettare una serie di stringenti requisiti di trasparenza sia verso il cliente, sia verso il regolatore” ed “essere commisurate al valore del contratto”. Ed è questa è un po’ la chiave di tutto il dibattito.

Le promozioni sono la totalità dei contratti “mobile”
Il disegno di legge sulla Concorrenza impone effettivamente il limite dei due anni per gli accordi e precisa come l’Autorità per le garanzie delle comunicazioni debba ricevere comunicazione di spese e oneri delle promozioni. Che di fatto rappresentano la totalità dei contratti stipulati per utenze mobili, il 20% delle Sim in circolazione (il restante 80 è rappresentato dalle carte ricaricabili), e fisse. Più controllo e trasparenza, dunque, su quello che firmiamo quando ci leghiamo agli operatori. Anche perché, come il Mise precisa nella nota, in realtà i costi più o meno consistenti per la chiusura anzitempo degli accordi sono sopravvissuti tranquillamente alla legge Bersani. “L’effetto delle norme è quello di chiarire un aspetto precedentemente non definito”, conclude la nota del ministero. Perché farlo però, ci si chiede, tornando a parlare in modo esplicito di penali. E, come scrive Altroconsumo, introducendo oneri “commisurati al valore del contratto al momento della sottoscrizione quando, invece, secondo la legge vigente, gli unici costi che l’operatore può recuperare sono quelli giustificati da costi dell’operatore medesimo, ovvero costi tecnici vivi per operare lo switching e/o il recesso, sui quali peraltro pendono ancora ricorsi presso Agcom e Agcm considerando che a nostro avviso rimangono troppo elevati”.

Consumatori: intervenire sul limite dei due anni
Sulla situazione attuale regolamentata dalla Bersani le due parti, ministero e associazioni dei consumatori, in realtà sono d’accordo: si paga ancora troppo per cambiare marchio. Quello su cui si sta discutendo è come impedire che continui ad accadere con indicazioni più chiare possibile. Secondo il Condacons bisognerebbe intervenire anche sul limite dei due anni: “Se si fosse voluto difendere realmente l’utente dallo strapotere dei gestori sarebbe stato eliminato il vincolo della durata delle promozioni, o per lo meno il tetto dei 24 mesi massimi sarebbe stato abbassato”.

di Martina Pennisi

Fonte Corriere delle Sera
Roma, 25 febbraio 2015