«Ho indagato, papà non si è suicidato»

toto_riinaÈ il 4 marzo 1995 quando il maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, intorno alle 22.30, entra nella sua macchina parcheggiata nel cortile della caserma Bonsignore di Palermo, prende la pistola d’ordinanza e si spara in testa. Muore così un eroe dell’Arma che da comandante della stazione di Terrasini aveva dato un contributo decisivo alla cattura di Totò Riina.

Ma per capire la genesi di quel colpo mortale, occorre riavvolgere il nastro. Lombardo aveva convinto il boss Gaetano Badalamenti, rinchiuso in un carcere americano, a venire in Italia e raccontare la sua verità. Una verità che avrebbe potuto disintegrare le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta contro Giulio Andreotti, facendo così crollare le inchieste della procura di Palermo. Ma il 23 febbraio 1995, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, ospite di Michele Santoro a Tempo Reale, insieme a Manlio Mele, primo cittadino di Terrasini, accusa «pezzi dello Stato» di Terrasini di stare «dalla parte della mafia», e chiede di indagare «sul comportamento del maresciallo». Non lo nomina mai, ma dopo quelle accuse, Lombardo non andrà più in America a prelevare Badalamenti, mentre due giorni dopo viene ammazzato uno dei suoi confidenti. Intorno al sottoufficiale c’era, ormai, terra bruciata. «La chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani», scrive Lombardo nella sua ultima lettera. Vent’anni dopo, il figlio Fabio si appresta a portare in procura nuovi documenti per far emergere una verità che ritiene mai sfiorata dalle inchieste giudiziarie.

Fabio Lombardo, dopo 20 anni lei insegue ancora la verità?

Non mi fermerò mai. Ho ricevuto documenti anonimi contenenti notizie incredibili, ho indagato per conto mio, mi è stata inviata una lettera da parte di un carabiniere che ha incontrato mio padre tre ore prima di quello sparo. Porterò tutto in procura.

Crede sempre meno al suicidio?

Mio padre ha sempre condannato il suicidio. E i dubbi sono troppi: perché solo dopo 17 anni mi hanno consegnato la sua lettera-testamento? Perché su quella lettera non c’è la minima traccia di sangue, nonostante fosse poggiata sul sedile del passeggero e mio padre si è sparato al posto di guida? Perché non c’erano tracce di polvere da sparo sul tettuccio interno dell’abitacolo? E perché nei tabulati telefonici mancano le chiamate fatte da me e mio fratello a mio padre poche ore prima della sua morte? Ma soprattutto, perché l’autopsia non fu mai eseguita? Dietro la morte di mio padre si nasconde un complotto.

La verità che cerca è nascosta nei suoi “viaggi americani”?

Lo scrisse nella sua lettera. Ma le audio cassette dei suoi colloqui con Badalamenti sono sparite, perché distrutte o perché qualcuno ci registrò sopra. Quando mio padre mi chiamò dagli Stati Uniti, mi disse: «Se non ci ammazzano prima di arrivare in Italia, ci sarà un terremoto giudiziario».

Che avrebbe investito quali inchieste?

Badalamenti avrebbe disintegrato la versione di Buscetta e quindi le inchieste delle procure di Palermo e Perugia su Andreotti. Ma anche il maxiprocesso alla mafia avrebbe subito contraccolpi. Così come l’inchiesta sull’uccisione di Peppino Impastato. I nuovi documenti alimentano dubbi su ogni aspetto di quel suicidio e mi rendono certo del fatto che l’Arma abbia voluto seppellire il maresciallo Lombardo nel silenzio.

Suo padre aveva intuito che il suo destino era segnato?

Nelle ultime settimane di vita, era già morto. Dopo l’uccisione di uno dei suoi più importanti confidenti, Francesco Brugnano, avvenuta poco prima del viaggio in America, tornò a casa distrutto. Anche quando l’Arma, dopo aver deciso di non farlo più partire per «proteggerlo», disse «no» alla sua richiesta di essere trasferito in attesa che le acque si calmassero, mio padre crollò, non era più lui. Ma nella mia denuncia non punterò il dito contro nessuno. Voglio solo la verità.

Qualcuno ha mai pagato per quelle accuse in diretta tv?

La procura di Cagliari, dopo la denuncia del capitano Giovanni Baudo, comandante della compagnia di Carini, da cui dipendeva la stazione di Terrasini, condannò Orlando e Mele. Quella di Roma archiviò la mia, che pure era identica. Nella sentenza c’è scritto che mio padre era un esemplare servitore dello Stato ma anche che le parole di Orlando non costituivano reato. L’ennesima anomalia. L’unica certezza è che nessuno me lo porterà più indietro.

Luca Rocca