Così si addestrano ​i Leoni della Folgore: “Siamo pronti a ogni scenario” – Video


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Caserma Bandini, Siena. Varcare le mura che ospitano il 186esimo reggimento Paracadutisti Folgore significa abbandonare momentaneamente l’Italia. Si entra e ci si imbatte in uomini che sembrano extraterrestri, frammenti di un passato, che si rende presente, fatto di gloria e onore.

Qui, i paracadutisti del 186esimo reggimento si sono addestrati per partire per una delle tante missioni di pace che li hanno visti impiegati: in Somalia, in Afghanistan o in Irak. Tutte nazioni che fanno venire i brividi ai civili.

Parlando con questi soldati si scopre, però, che loro tra le dune del deserto si trovano bene e forse non può essere altrimenti dato che la brigata Folgore trae forza da uno dei più gloriosi e tragici scontri che l’Esercito italiano abbia mai visto: quello di El Alamein.
Per due giorni abbiamo vissuto con loro. Ci siamo addestrati con loro in vista del loro futuro impiego. Già, perché, come ci spiegano, i “ragazzi della Folgore” sono sempre disposti a partire per il fronte. Non importa la destinazione. Ciò che conta, per questi ragazzi, è servire l’Italia. E l’Italia la si serve fin dalla mattina, con l’alzabandiera, quando le compagnie si riuniscono nel piazzale della caserma. Si marcia ordinati e poi, davanti alla bandiera, un grido: “Folgore!”.
Gli “angeli custodi” che ci accompagnano durante la nostra visita, il tenente colonnello Intruglio e il maresciallo Perillo, ci spiegano che sono stati allestiti degli stand per noi. Potremo vedere e toccare con mano tutto l’equipaggiamento dei paracadutisti. Davanti ai banchetti i paracadutisti della XIV compagnia “Pantere Indomite” ci sorridono, ci mostrano prima il paracadute poi le armi. Le trattano con una cura maniacale. Sanno tutto di tutto.

Mentre li guardiamo, nelle loro divise così ordinate, notiamo subito una cosa: chi ci presenta le armi non è un ufficiale. È un graduato. Potremmo dire, forse un po’ sbrigativamente, che è un soldato semplice. Un soldato semplice che, però, ha acquisito nel corso degli anni così tanta esperienza e così tante nozioni da essere a proprio agio in qualsiasi situazione.
Dalle armi passiamo ai mezzi, in particolare al VTLM (Veicolo Tattico Leggero Multiruolo), meglio noto come “Lince”. Un mezzo forse un po’ rude, ma fondamentale quando si è in missione. È stato infatti pensato in modo tale da attutire i colpi degli ordigni che possono essere nascosti sotto terra dai nemici. Il mezzo “asseconda” l’esplosione e fa in modo che le estremità si stacchino, lasciando però integra la parte centrale, quella che custodisce i nostri soldati.

Dopo pranzo veniamo accompagnati nella palestra del reggimento, dove i paracadutisti si sono riuniti per allenarsi nel Metodo di Combattimento Militare (MCM). In coppie, i paracadutisti provano e riprovano le mosse di autodifesa. Cosa fare se, all’improvviso, si viene attaccati da un uomo che stringe tra le mani un coltello?
Ed è in palestra che ci raggiunge il capitano Mirko Ciracì, dell’XI compagnia “Peste”. Con lui ci dirigiamo in un zona completamente isolata della caserma, dove i suoi uomini stanno preparando l’esercitazione a cui prenderemo parte anche noi. I paracadutisti stanno studiando una cartina. Dovranno conoscerla praticamente a memoria perché di notte, sulla celebre “Montagnola senese”, non ci si può concedere il lusso di sbagliare. Ma loro questo lo sanno. Le procedure vengono ripetute in maniera maniacale. Ogni uomo deve essere al suo posto. È questo addestramento continuo, che lascia poco o nulla al caso, a rendere diversi i paracadutisti italiani da qualsiasi altra forza.
Terminato il briefing, ci fermiamo a parlare con i soldati. Sono ora più distesi, nonostante di lì a poche ore si dovranno mettere in moto per iniziare l’esercitazione. Parlano soprattutto di famiglia, intesa non solamente come famiglia naturale, come unione di affetti. Famiglia è anche il reggimento, il battaglione. Qui tutti sono fratelli. Di più: ci parlano dei 6 paracadutisti morti a Kabul il 17 settembre 2009 e non pensano solamente a loro, ma anche, e soprattutto, alle loro famiglie.

Fa strano pensare che, all’interno di una caserma, la parola che ho sentito ripetere di più non è stata “paracadutista”, ma “famiglia”. Sono cose che succedono là, in quelle quattro mura che non sembrano nemmeno Italia, ma che forse ne rappresentano il volto più genuino. Arrivederci, Folgore. Arrivederci, Italia che fu e che, grazie a Dio (e ai paracadutisti) ancora è.

Fonte Il Giornale
di Matteo Carnieletto
Roma, 31 marzo 2015