Egitto, stretta del governo sui lavoratori

La Corte Suprema amministrativa egiziana ha emesso una sentenza definitiva che obbliga al pensionamento anticipato chiunque è accusato di aver partecipato a scioperi

Mentre sul piano internazionale l’Egitto continua a muovere al meglio le sue pedine guadagnandosi un ruolo di primo piano nel Mediterraneo e in Medio Oriente, lo stesso non può dirsi sul fronte interno, dove quotidianamente il governo si scontra con parte della popolazione per le scelte politiche conservatrici e le restrizioni alle libertà civili.

Il 29 aprile il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha incontrato il primo ministro greco Alexis Tsipras e il presidente cipriota Nikos Anastasiades a Nicosia in un vertice trilateraleunico nel suo genere. L’obiettivo era infatti non solo quello di sviluppare ulteriormente i rapporti di cooperazione nei settori dell’economia, della politica e dell’energia, ma anche e soprattutto di pensare a un livello di cooperazione diplomatica nel Mediterraneo.

Il trilaterale segue il summit del 23 e 24 aprile a Sharm el-Sheikh sull’immigrazione clandestina, al quale hanno partecipato i leader dell’Unione Europea e dei Paesi del Corno d’Africa oltre ai rappresentanti di diverse organizzazioni internazionali e regionali. Un vertice organizzato per fare il punto su una serie di iniziative mirate a mettere in atto la Dichiarazione di Roma, approvata nel novembre del 2014 per delineare il quadro operativo della lotta ai traffici di esseri umani e per regolamentare le politiche migratorie tra Europa e Africa. Pochi giorni dopo, il 28 aprile, il ministro della Difesa Sedki Sobhi si è recato in Cina per incontrare il suo omologo cinese Chang Wanquan e rafforzare le relazioni bilaterali in campo militare.

La sentenza contro il diritto di sciopero

Con tutte le telecamere puntate sulle attività all’estero del presidente Al Sisi e del suo entourage, sono passate pressoché inosservate le controverse misure adottate dal governo del Cairo in politica interna. Il 28 aprile la Corte Suprema amministrativa ha emesso una sentenza definitiva e non appellabile che obbliga al pensionamento anticipato tutti i lavoratori accusati di sciopero. In sostanza, si tratta di una sentenza che equivale alla messa al bando di ogni voce di dissenso nei luoghi di lavoro.

Se analizzato all’interno della cornice delle politiche di governo, il verdetto assume una duplice veste: da un lato rafforza la presidenza agli occhi dei cittadini andando a incidere sull’ordine pubblico; dall’altro tutela però la politica economica neoliberale messa in atto da Al Sisi, attraverso la quale il presidente vuole fare dell’Egitto il Paese degli “investimenti sicuri” in tutta l’area del Nord Africa.

Dunque, se con la legge anti-proteste a suo tempo il governo aveva posto un freno alle contestazioni politiche, adesso Al Sisi silenzia la classe dei lavoratori a fronte delle critiche mosse contro le politiche economiche adottate dal suo esecutivo. Non a caso la sentenza giunge il giorno dopo l’incontro del presidente egiziano con i sindacati, ai quali aveva chiesto due anni di tempo prima di dare una valutazione.

La sentenza che condanna il diritto di sciopero si appella al rispetto della Sharia…..

A rendere la sentenza della Corte ancora più discutibile è, poi, il riferimento alla giurisprudenza islamica cui fa riferimento il verdetto. I difensori dei diritti umani fanno notare che, trattandosi di un tribunale civile, non ha senso e non è legale l’appello alla Sharia. Ma non è la prima volta che si ricorre a questo espediente per condannare gli scioperi: era avvenuto anche nel 2012 quando nel mirino delle contestazioni c’era il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), guidato all’epoca dallo stesso Al Sisi. In quel caso era intervenuta una fatwa (editto religioso) della massima istituzione sunnita del Paese (Dar Al-Ifta, l’unico organo incaricato di emettere autorevoli sentenze religiose), attraverso cui veniva decretata l’impraticabilità degli scioperi in quanto proibiti nell’Islam.

Nel generalizzato fermento che sta vivendo la società egiziana dell’era post-Mubarak, è quasi certo che questa sentenza porterà di nuovo attivisti della società civile, difensori dei diritti umani e lavoratori a scendere in strada. Nonostante il pungo di ferro di Al Sisi.

30 aprile 2015

Marta Pranzetti

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