A Milano “nuove” molotov per dare fuoco agli agenti

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Il loro nome deriva da quello di Vjaceslav Michajlovic Molotov, ministro degli Esteri e segretario alla Guerra dell’Urss durante il secondo conflitto mondiale. Ma i primi ad usarle in modo massiccio furono i soldati di Francisco Franco durante la guerra civile spagnola. Facili da assemblare, economiche e molto efficaci contro i carri armati, le bottiglie incendiarie sono un classico della guerriglia urbana. Ma alcune di quelle usate il primo maggio a Milano durante gli scontri fra i «NoExpo» e le forze dell’ordine erano «speciali». Una molotov, di regola, prende fuoco quando il vetro della bottiglia va in frantumi e lo stoppino incendia la benzina. Queste non contenevano quel tipo di combustibile, ma un’altra sostanza chimica ora allo studio degli investigatori, forse un fertilizzante. Anche l’innesco era diverso. Il risultato è che la «bomba» scoppia qualche secondo dopo aver colpito l’obiettivo, spiazzando i «bersagli». «Quando viene lanciata una molotov, lo schieramento di agenti si apre per evitare di essere investito dalle fiamme, mentre alle sassate o al lancio di altri oggetti si reagisce proteggendosi con gli scudi – spiega un poliziotto che chiede l’anonimato – Queste, invece, sono più insidiose e costringono a “sparigliare” lo schieramento».
Di certo, i black bloc di Milano erano ben organizzati. E le armi usate, come la strategia di infiltrazione nel corteo che ha volontariamente o involontariamente «coperto» i teppisti mentre devastavano la città, sono indicative di un salto di qualità. Oltre alle «nuove» bottiglie incendiarie, infatti, i manifestanti avevano altri strumenti da combattimento, in quantità industriale e molto spesso «omologati». È il caso delle «bombe carta»: in due ore ne sono state lanciate dalle 500 alle 700. E anche alcune di queste presentavano una «novità»: erano state «farcite» di pece. L’effetto? Devastante, perché dopo l’esplosione la pece infuocata si attacca alle pelle e agli abiti ed è molto difficile spegnerla, quindi i danni sono maggiori. E se gli agenti raggiunti da molotov e bombe carta non hanno subito ferite più gravi e se la sono cavata al massimo con 20 giorni di referto ospedaliero, è solo frutto del caso. «Fortunatamente chi è stato raggiunto da quel tipo di ordigno non ha riportato ustioni gravi – spiega un altro agente, che venerdì era in piazza nel capoluogo lombardo – grazie all’intervento tempestivo dei colleghi».
Ma i vandali in scuro che hanno messo a ferro e fuoco Milano avevano anche altre armi. Centinaia di bastoni di bambù, tutti uguali, sono stati sequestrati o abbandonati sul selciato dopo che i black bloc si erano tolti il «travestimento» per mescolarsi al resto dei manifestanti. Stesso discorso per le maschere antigas che hanno reso inutile l’uso dei lacrimogeni: erano tantissime e molte di ottima qualità, cioè costose. «In questo modo – spiega sempre il “nostro” poliziotto – il danno è stato subìto solo dai manifestati pacifici, perché gli altri avevano la maschera come noi». Non solo. Il primo maggio si sono visti anche decine di grossi martelli, con cui i teppisti hanno spaccato vetrine, mandato in frantumi marciapiedi, per poi usare i frammenti come proiettili da lanciare, e danneggiato auto in sosta utilizzando un criterio di pseudo-vendetta «proletaria»: suv e berline di alta cilindrata venivano date alle fiamme, altre vetture più «modeste» lasciate intatte. Dettagli che indicano una preparazione un’organizzazione di tipo militare e un piano studiato a tavolino nei giorni precedenti gli scontri dai circa 500 «antagonisti» entrati in azione (e che siano «professionisti della rivolta» lo dimostra il fermo di 5 giovani francesi a Genova, sorpresi ieri mentre danneggiavano alcune macchine e con in tasca le cartine stradali di Milano, segno che avevano partecipato agli incidenti). Un fenomeno preoccupante che dovrebbe far riflettere i manifestati «pacifici» e spingerli a isolare i violenti. Ma così, finora, non è stato.

di Maurizio Gallo

Fonte Il Tempo

Roma, 5 maggio 2015