Sparò per errore, carabiniere nei guai

giustizia

Mancano 27 giorni all’udienza preliminare nei confronti di G.M., il carabiniere che nel settembre scorso esplose un colpo uccidendo Davide Bifolco, il sedicenne che in sella al suo scooter, insieme ad altri due ragazzi, cercò invano di scappare ai militari dell’Arma. Il tribunale di Napoli ha, infatti, ricevuto la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla procura e si esprimerà il prossimo 3 giugno. Secondo il sostituto procuratore campano Manuela Persico si tratta di «omicidio colposo», così come indicato nel capo d’imputazione. «Nel mentre espletava attività d’istituto finalizzata alla ricerca del latitante Arturo Equabile – recita l’atto a disposizione degli inquirenti – dopo che, all’esito di un lungo inseguimento, la radiomobile sulla quale si trovava aveva tamponato un motociclo marca Honda Mod Sh 300 sul quale viaggiavano Davide Bifolco ed altri due soggetti, facendoli cadere, essendo sceso dalla radiomobile per bloccarli e identificarli impugnando la propria pistola d’ordinanza con il colpo inserito in canna(…) cagionava la morte di Davide Bifolco, esplodendo nei confronti di quest’ultimo, con pistola d’ordinanza, un colpo di arma da fuoco che lo attingeva mortalmente al petto».
Quel 5 settembre tutto era accaduto in pochi istanti. Attimi in cui la vita del sedicenne si era intrecciata con quella di un militare dell’Arma dei carabinieri nato in Svizzera 33 anni fa. Un uomo dello Stato che, immediatamente dopo la tragedia, aveva dichiarato: «Non ho mai puntato la pistola». Se quella notte il militare aveva un colpo in canna un motivo c’era: «Io e il mio collega inseguivamo un latitante – ha riferito l’imputato – Non sono mai stato un Rambo, non ho mai neanche immaginato di puntare la pistola». Alle 2.30 della notte tra giovedì 4 settembre e venerdì 5, nel quartiere Traiano di Napoli, Davide era a bordo del suo scooter con altri due ragazzi, Salvatore Triunfo, 18 anni, con precedenti, e, secondo i carabinieri, Arturo Equabile, un latitante 23enne. I ragazzi non si erano fermati all’alt intimato dai militari. Ne era scaturito un inseguimento e i tre avevano perso il controllo del mezzo. Il 23enne era scappato a piedi, Salvatore era stato bloccato e Davide era stato colpito a morte da un proiettile sparato dal carabiniere. Secondo gli inquirenti «per colpa – continua il capo d’imputazione – consistita in imprudenza, negligenza e imperizia nonché nella inosservanza di regolamenti e di discipline, in particolare violando l’obbligo di sicura padronanza e di adeguata capacità di impiego delle armi in dotazione, previsto dalle pubblicazioni del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri denominate “Procedimenti d’azione per i militari dell’Arma dei Carabinieri nei servizi d’istituto” del 2008 ed “Armi e munizioni” del 2006, nonché non inserendo la sicurezza alla propria pistola d’ordinanza e comunque non controllando adeguatamente, in relazione alle modalità e allo sviluppo dell’azione, il maneggio, il posizionamento e la direzione della suddetta arma, cagionava la morte di Davide Bifolco». Tutte ipotesi investigative sostenute anche dalla parte civile rappresentata dall’avvocato Fabio Anselmo. Adesso la palla passa al giudice.

di Andrea Ossino

Fonte Il Tempo

Roma, 7 maggio 2015