La calda primavera afghana

L’attacco a Kabul in cui ha perso la vita l’italiano Alessandro Abati è solo un assaggio della campagna militare dei talebani contro obiettivi occidentali

L’attacco del 13 maggio al Park Palace di Kabul, in cui hanno perso la vita 14 persone tra cui l’italiano Alessandro Abati e la sua compagna kazaka, è solo un assaggio dell’offensiva di primavera (“Khyber”) annunciata dai talebani afghani lo scorso 24 aprile.

Per questa nuova campagna militare la guida spirituale degli insorti afghani, il Mullah Omar, ha scelto il termine “Azm” (“Determinazione”). Nel mirino dei talebani ci sono le sedi diplomatiche, le basi militari e i centri di intelligence delle forze straniere impegnate in Afghanistan. Si tratta di obiettivi già colpiti duramente dall’inizio del 2015. La Missione ONU per l’assistenza all’Afghanistan (UNAMA) ha già registrato negli ultimi cinque mesi 974 morti e 1.936 feriti, in aumento del 16% rispetto allo stesso periodo del 2014.

 

Tolonews website runs a story on its front page about Taliban Mullah Mohammad Omar's death in Kabul

 

Per l’offensiva di primavera di quest’anno il nome scelto dal Mullah Omar è “Azm” (“Determinazione”)

 

Il bersaglio privilegiato dei talebani rimangono però gli Stati Uniti, che dal primo gennaio del 2015 hanno sostituito l’operazione “Enduring Freedom”, avviata quattordici anni fa dopo l’attacco alle Torri Gemelle, con la missione di alleggerimento “Resolute Support”.

Di fronte al fallimento dell’intervento militare e alla precarietà delle istituzioni afghane, Washington ha deciso di investire uomini e risorse in questa causa per almeno altri due anni. Dagli attuali circa 10.000 soldati si passerà a 5.500 entro la fine del 2015, fino al ritiro definito nel 2016. Mentre per l’addestramento di 330.000 militari e poliziotti afghani verranno spesi 4,1 miliardi per il 2016 e 3,8 miliardi per il 2016, a cui andranno ad aggiungersi altri 800 milioni per permettere al governo del presidente Ashraf Ghani di adottare un piano di riforme per lo sviluppo economico e sociale del Paese.

Il ruolo dell’Italia

In questa seconda fase del conflitto afghano l’Italia continuerà ad avere un ruolo importante. Washington ha infatti chiesto e ottenuto dal governo Renzi che almeno fino all’inverno del 2016 800 soldati italiani rimangano stanziati nel distretto di Herat, situato nella parte centro occidentale del Paese al confine con l’Iran. Da quando nel 2003 il nostro Paese è impegnato nella missione ISAF (International Security Assistance Force), gli italiani morti in Afghanistan sono stati 55, compreso il consulente italiano Alessandro Abati.

Chi sono i talebani

I talebani rappresentano una minaccia che ha messo radici in Afghanistan e Pakistan dall’inizio degli anni Novanta e che oggi, mentre è in corso il ridimensionamento della presenza militare internazionale in territorio afghano, sta esplodendo in una nuova violenta stagione di terrore.

La figura dei talebani emerge nei primi anni Novanta nel nord del Pakistan, in concomitanza con il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, costrette alla resa dalla resistenza dei mujaheddin. Gruppo di etnia a maggioranza Pashtun, si forma nelle scuole coraniche “madrasse”. È guidato sin dall’inizio dalla guida spirituale Mullah Omar, ancora oggi uno dei terroristi più ricercati al mondo, nascosto secondo alcuni nella città pakistana di Quetta.

Il primo vero salto di qualità arriva nell’autunno del 1994, quando con i finanziamenti dell’Arabia Saudita – che da tempo facevano pressione su quest’area dell’Asia Centrale affinché prevalesse una visione radicale dell’Islam sunnita – i talebani assumono il comando del Paese imponendo una rigida applicazione della Sharia (la legge islamica) con esecuzioni pubbliche contro chi commette reati o si macchia di adulterio, l’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba, per le donne di indossare il burka, il divieto per tutti di guardare la televisione e ascoltare musica e per le ragazze sopra i dieci anni di andare a scuola.

Inizialmente gli “studenti” guerriglieri hanno presa sulle popolazioni al confine tra l’Afghanistan e il Pakistan ponendosi come l’unica forza in grado di garantire la sicurezza, il controllo dell’ordine pubblico e la continuità dei commerci. Si impossessano prima della provincia di Herat, al confine con l’Iran, nel settembre del 1995. Poi, un anno dopo, rovesciano il regime del presidente Burhanuddin Rabbani e del suo potente ministro della difesa, Ahmed Shah Masood, mettendo le mani su Kabul. Nel 1998 controllano quasi il 90% di tutto l’Afghanistan.

 

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Con il passaggio all’operazione “Resolute Support” i soldati americani in Afghanistan passeranno dagli attuali 9.800 a 5.500 entro la fine del 2015

 

In questi anni il ruolo del vicino Stato del Pakistan è stato sempre molto ambiguo, anche se ormai non vi sono dubbi sul fatto che molto degli afghani che inizialmente hanno aderito al movimento talebano sono stati istruiti nelle madrasse pakistane. Il Pakistan è stato inoltre uno dei soli tre Paesi, insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ad aver riconosciuto il governo dei talebani dalla metà degli anni 1990 fino al 2001. Ed è stato l’ultimo Paese a interrompere i rapporti diplomatici con loro.

La storia dei talebani, così come quella del mondo, cambia dopo gli attacchi dell’11 settembre del 2001. Il 7 ottobre dello stesso anno, una coalizione militare internazionale guidata dagli Stati Uniti invade l’Afghanistan e la prima settimana di dicembre il regime talebano crolla. Da allora però, nonostante il costante invio di truppe e le migliaia di morti, l’AF-PAK resta una polveriera, con governi deboli, confini porosi o inesistenti e in balia delle spinte dei talebani e degli altri gruppi terroristi operativi in quest’area.

Scenari futuri

Non è possibile comprendere la situazione dell’Afghanistan se prima non si focalizza l’obiettivo sul Pakistan. L’ISI, il servizio segreto pakistano, e il governo di Islamabad, nonostante il sostegno formale offerto a Kabul continuano a fare il doppio gioco finanziando clandestinamente i talebani per due motivi. Il primo è tenere i talebani fuori dal Pakistan, mentre il secondo è mantenere l’esecutivo afghano in uno Stato di debolezza in modo da poterlo controllare.

Va inoltre ricordato che oggi in Afghanistan sono attivi non solo i talebani ma, nonostante la pluriennale presenza militare occidentale, una rete di signori della guerra e di gruppi criminali indipendenti che controllano la coltivazione e del traffico di oppio. Un business da milioni di dollari l’anno che non è stato minimamente scalfito in questi anni e il cui mantenimento è nell’interesse degli stessi vertici militari pakistani.

Solo colpendo in maniera decisa gli interessi di questi potentati locali l’egemonia dei talebani poteva essere limitata. Invece gli americani si sono illusi di poter rimettere a posto le cose in Afghanistan finanziando in modo ingente i governi che si sono succeduti. I fatti però dimostrano che così facendo hanno soltanto tenuto al potere una classe dirigente corrotta, rivelatasi incapace di risolvere nessuno dei problemi della popolazione civile.

 

PHOTOS OF JAILED CHIEF OF ISLAMIC CHARITY RELEASED BY U.S. ATTORNEY.

La forte componente sciita dei talebani in Afghanistan risponde al signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar

 

Vista sotto questa luce, la situazione in Afghanistan non sembra pertanto destinata a migliorare né nel breve né nel medio periodo, e se gli americani e i suoi alleati (italiani compresi) decideranno di rimanere sul territorio a tempo indefinito i talebani ricorreranno all’unico strumento di pressione sull’opinione pubblica occidentale di cui dispongono: far crescere il numero dei morti a livelli insopportabili.

Quanto alla presenza di ISIS in Afghanistan, è difficile ipotizzare una sua possibile saldatura con i talebani. Basti pensare che la stessa Al Qaeda in tutti questi anni non è mai riuscita ad attecchire realmente nel Paese, come dimostra il fatto che il rifugio di Bin Laden fosse in Pakistan, ad Abbottabad, e non in Afghanistan. Inoltre, bisogna tenere conto della forte componente sciita che all’interno dei talebani risponde al signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, il quale ha forti legami con Teheran. A differenza della Siria l’Afghanistan confina con l’Iran. L’espansione di ISIS provocherebbe pertanto l’immediata risposta delle guardie rivoluzionarie iraniane, che non avrebbero difficoltà a intervenire sfruttando l’appoggio delle tribù sciite locali.

15 maggio 2015

Rocco Bellantone

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