Terrorismo jihadista: Egitto e Tunisia a confronto

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Continuano le operazioni di rastrellamento dell’esercito tunisino sul Monte Chaambi. Mentre dal Sinai arriva un nuovo video di minacce contro il governo e le forze armate del Cairo.

Domenica 10 maggio due delle principali tribù del Sinai, gli Al-Tarabeen e gli Al-Sawarka, hanno annunciato il loro sostegno all’esercito egiziano contro lo Stato Islamico nel Sinai, formazione terroristica prima nota come Ansar Beyt al-Maqdis e autrice di una lunga serie di attentati contro le forze di sicurezza e gli apparati militari nel nord del Sinai dal 2013 a oggi. L’ultimo messaggio di propaganda del gruppo, diffuso via web a soli due giorni di distanza da questo annuncio, è rivolto non a caso contro “tutti i collaboratori dell’esercito” egiziano. Al video è seguito un doppio attentato mercoledì 13 maggio nei pressi di Rafah, nel Sinai, in cui hanno perso la vita sette persone tra civili e militari.

 

L’attività terroristica di matrice jihadista si è intensificata in Egitto dopo la deposizione dell’ex presidente Mohamed Morsi nel luglio del 2013. Il potere dopo quella data si è accentrato progressivamente nelle mani del presidente Abdel Fattah Al Sisi. Questo fattore è determinante nel delineare i tratti distintivi dello Stato Islamico nel Sinai, formazione militante nettamente distinta rispetto alle altre cellule affiliate a ISIS in Nord Africa.

 

Altrettanto determinante è analizzare il contesto socio-economico e politico in cui si sono generati e sviluppati i movimenti jihadisti in Tunisia. Sebbene il rafforzamento delle frange estremiste e militanti in questo Paese, così come in Egitto, sia una diretta conseguenza della caduta dei decennali regimi autoritari di Ben Ali e Mubarak, l’evoluzione di questi movimenti e il loro modus operandi differiscono sulla base delle variabili interne.

 

È quanto ha sottolineato, durante la conferenza internazionale organizzata da PD e ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale) lo scorso 8 maggio a Roma Senato sul tema L’Italia e la minaccia jihadista: quale politica estera?, Stefano Torelli, ricercatore e esperto di jihadismo e Islam politico. Nel suo intervento Torelli ha messo in evidenza le divergenze operative e strutturali tra i principali gruppi jihadisti attivi in Egitto (Ansar Beyt al-Maqdis) e Tunisia (brigata Uqba bin Nafaa).

 

Il jihadismo egiziano

Il terrorismo di matrice islamista in Egitto si caratterizza per una focalizzazione rivolta all’interno dei confini nazionali, come dimostra anche il numero relativamente basso di foreign fighters di origine egiziana (ovvero quei combattenti che abbandonano il Paese per unirsi al jihad in teatri di guerra alternativi come in Siria, Iraq o Libia): appena 360 su una popolazione di oltre 86 milioni di abitanti.

 

I criteri di radicalizzazione della militanza islamista egiziana hanno per lo più a che vedere con la riaffermazione dell’autoritarismo, l’ascesa al potere dei militari, la repressione politica e la limitazione delle libertà individuali, e confluiscono nel più ampio disegno di instaurazione del Califfato Islamico che risponde alla recente dichiarata affiliazione di Ansar Beyt al-Maqdis a ISIS.

 

egitto

 

Gli ultimi attacchi contro università e strutture energetiche in Egitto

sono stati rivendicati dal gruppo Ajnad Misr

 

In quanto affiliato dello Stato Islamico, le strategie di attacco di questo gruppo si sono con il tempo radicalizzate passando da blitz armati o attacchi kamikaze ai rapimenti e alle esecuzioni (spesso registrate e diffuse e mediatizzate soprattutto via web). Per quanto attiene agli obiettivi, le azioni terroristiche in Egitto sono mirate per lo più contro le istituzioni dello Stato (edifici pubblici, forze di sicurezza, di polizia e militari) e concentrate principalmente nella penisola del Sinai.

 

Tuttavia, negli ultimi mesi si è registrata una sensibile ascesa degli atti di terrorismo, di minore intensità ma di diffusa capillarità, nei centri urbani (nella capitale Il Cairo e nelle periferie limitrofe, ad Alessandria, nel delta del Nilo) e contro target di diverso genere (università, mezzi di trasporto e infrastrutture energetiche). Autore di questa nuova ondata di terrorismo sarebbe il gruppo noto come Ajnad Misr.

 

Il jihadismo tunisino

La Tunisia rappresenta oggi il Paese arabo che, in proporzione alla sua popolazione totale (11 milioni), fornisce il maggior numero di foreign fighters alla causa jihadista. Sono infatti almeno 3.000 i tunisini partiti a combattere in Siria e Iraq e, stando ai dati forniti lo scorso febbraio dal governo libico di Tobruk, in Libia sarebbero altrettanti.

 

A differenza dell’Egitto, il jihadismo tunisino ha un’impronta maggiormente legata alla diaspora e coinvolge principalmente le fasce più giovani della popolazione. Questo, per due ragioni fondamentali: il processo di democratizzazione avviato dopo Ben Ali ha coinvolto direttamente la società civile, che è stata uno degli attori chiave della transizione politica, e ciò ha rafforzato la legittimità del governo sul piano interno; al contempo, le cause della radicalizzazione in Tunisia sono da ricercarsi nella frustrazione che deriva dalle discrepanze economiche e regionali e dalla marginalizzazione della popolazione giovane dovuta al forte tasso di disoccupazione.

 

TUNISIA

 

La brigata tunisia Uqba bin Nafaa, responsabile dell’attacco al Museo del Bardo,

è affiliata ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico

 

Nel jihadismo tunisino autoctono sono meno evidenti i legami con lo Stato Islamico, mentre si riscontrano rapporti con i gruppi militanti algerini (Jund Al Khalifa) e libici (Ansar Al Sharia). Benché Jund Al Khalifa abbia dichiarato la propria fedeltà a ISIS nel settembre del 2014 e sia attivo anche in Tunisia, di per sé la principale brigata terroristica operativa in Tunisia, Uqba bin Nafaa, considerata responsabile dell’attacco al Museo del Bardo, appare legata ad AQIM (Al Qaeda nel Maghreb Islamico).

 

Nel complesso, la nebulosa jihadista appare in Tunisia molto più frammentata che altrove ma risente, nel modus operandi, delle influenze del terrorismo algerino degli anni Novanta.

 

Gli attacchi – che prediligono imboscate e l’utilizzo di ordigni esplosivi e campi minati – sono perpetrati quasi esclusivamente contro le istituzioni militari (ad eccezione del caso del Museo del Bardo) e si concentrano nelle regioni del centro-ovest, in particolare nell’area montuosa del Jebel Chaambi, in provincia di Kasserine, verso il confine con l’Algeria, dove le forze di sicurezza hanno rinvenuto tra il 2014 e il 2015 depositi di armi, mine inesplose e fosse comuni. Altri movimenti sospetti sono poi monitorati nella zona di Ben Guerdane, a sud-est, poco distante dal valico di Ras Jedir, lungo la frontiera libica dove il rischio di infiltrazioni è altissimo.

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di Marta Pranzetti
Fonte Lookoutnews.it

Roma, 15 maggio 2015