Contratti derivati: lo Stato è in perdita (e nessuno spiega il perché)

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Da un’indagine della Corte dei Conti risulta che l’Italia è il Paese dell’Eurozona con le maggiori perdite di cassa e i più esosi pagamenti per le rinegoziazioni. Nel mirino le “anomalie” degli Enti Locali.

Lo scorso 9 febbraio Maria Cannata, capo della Direzione Debito del Ministero dell’Economia e Finanza (MEF), rispondendo alle domande della Commissione Finanze alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui derivati (over-the-counter) sottoscritti, ha affermato che lo Stato Italiano ha 183 miliardi di euro di derivati, in massima parte per fini di copertura dal rischio di rialzo dei tassi d’interesse, con un pool di banche (primary dealer del MTS, vale a dire ammesse alle collocazioni del debito pubblico), tra cui Banca Imi, Barcklays, City Bank, Unicredit, Deutsche Bank, Goldman Sachs, Credit Suiss, Hsbc.

 

Al 31 dicembre 2014 i contratti derivati sottoscritti dallo Stato italiano hanno accumulato delle perdite teoriche (mark-to market, ossia qualora i contratti dovessero essere saldati in quel momento) di oltre 42 miliardi, a causa della discesa dei tassi d’interesse, mentre hanno determinato un effettivo aumento della spesa pubblica di oltre 16 miliardi nel periodo 2011-2014. Tra queste spese addizionali vanno inclusi i 3,1 miliardi pagati a Morgan Stanley per la chiusura anticipata di un contratto derivato sulla base di una clausola di Additional termination event.

 

Al 31 dicembre 2014 i contratti derivati sottoscritti dallo

Stato hanno accumulato 42 miliardi di perdite…..

 

Le risposte fornite da Maria Cannata alla Commissione non hanno consentito di chiarire l’entità dell’esposizione e delle perdite potenziali in cui potrebbe incorrere il MEF e hanno fatto sorgere dubbi su come sia stata gestita un’operazione finanziaria così delicata. Cannata ha infatti sostenuto che solo la Danimarca rende pubblici i dati sui contratti over-the-counter e, incredibile a dirsi, ha affermato che il Tesoro ha difficoltà a fare il mark-to-marketperché i dati a disposizione contengono “ben poche informazioni, praticamente il nozionale iniziale, le scadenze e poco altro” e, inoltre, perché recuperare i faldoni in cui questi dati sono conservati determinerebbe la paralisi operativa dell’intera struttura per diversi mesi.

 

Cosa emerge dall’indagine sui derivati

A maggio 2015 la Corte dei Conti (Sezioni Riunite in Sede di Controllo) ha reso nota L’indagine conoscitiva sulle tematiche relative agli strumenti finanziari derivati, presentata all’audizione richiesta dalla VI Commissione Parlamentare. Da questa ampia indagine conoscitiva emergono alcuni interessanti elementi:

 

1. l’Italia è il Paese dell’Eurozona con le maggiori perdite di cassa e pagamenti per rinegoziazioni (vedi grafici sotto);

 

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2. a partire dal 2010 il Tesoro ha intrapreso una rinegoziazione-ristrutturazione dei derivati nella prospettiva di semplificare la gestione e allungare la duration (scadenza ed esborsi) e alla copertura di emissioni in valuta estera;

 

3. all’inizio del 2015 il valore nozionale dei contratti su derivati degli Enti territoriali sarebbe di 25 miliardi con un’incidenza media ponderata sullo stock del debito ben superiore al 20%;

 

4. per quanto riguarda i contratti derivati stipulati dagli Enti Locali emerge “l’aleatorietà di operazioni finanziarie strutturate con contratti derivati che potevano presentare rischi a carico di esercizi futuri e la cui struttura e complessità poteva non essere in linea con le esigenze finanziarie dell’ente e con l’effettiva capacità dello stesso (in relazione agli strumenti conoscitivi e valutativi e alla professionalità di cui dispone) di comprenderne a pieno i relativi rischi”;

 

5. in particolare, è stata evidenziata la sussistenza di violazioni normative e notevoli squilibri contrattuali in danno degli Enti Locali per la mancata valutazione della convenienza economica dei contratti; per la presenza di spread particolarmente onerosi; per la stipula dei contratti in lingua inglese in assenza delle traduzioni; per l’inserimento di opzioni digitali con discontinuità nella sequenza dei tassi di interesse in contrasto con il decreto ministeriale n. 389/2003 e per la scelta di advisorcoincidenti con la figura dell’intermediario finanziario in palese conflitto di interessi;

 

6. Inoltre, “gravi anomalie sono state riscontrate anche per contratti derivati stipulati matematicamente in perdita, per contratti afferenti mutui già estinti o per la concessione di delegazioni di pagamento in violazione dell’articolo 206 del TUEL (Testo Unico degli Enti Locali) che prevede tale garanzia soltanto per il pagamento delle rate di ammortamento di mutui e prestiti”.

 

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La Corte dei Conti conclude la sua indagine affermando che “normalmente alla parola innovazione si associa una valenza positiva; ma, se al sostantivo si aggiunge l’aggettivo finanziaria, quella valenza si attenua, se non cambia addirittura di segno”. Nel caso degli Enti Locali sembra acclarato che la sottoscrizione di contratti derivati sia stato un affare soprattutto per le banche che hanno sfruttato la loro maggiore competenza (asimmetrie informative) e le condizioni dei bilanci locali per imporre spesso, come riconosciuto anche da molti tribunali, condizioni unfair, quando non vessatorie.

 

Le domande rimaste in sospeso

Nel caso del Tesoro la sottoscrizione di contratti derivati così onerosi fa sorgere alcune domande. Qual è il senso di sottoscrivere derivati sui tassi d’interesse dell’8% dello stock del debito? Qual è il valore atteso di queste operazioni di copertura sulla dinamica complessiva del deficit e dell’indebitamento? Quali condizioni sono state accettate per la sottoscrizione di contratti che mostrano dinamiche non coerenti con quelle di altri paesi dell’area? Nel 2011 chi ha autorizzato il Tesoro a emettere opzioni sui tassi d’interesse, operazione ad alto rischio che espone a perdite potenzialmente illimitate per ristrutturare i contratti swap particolarmente onerosi?

 

E, infine: davvero per un effimero vantaggio contabile corrente si sono accettate perdite sproporzionate nei bilanci futuri (swaption), contravvenendo a ogni principio prudenziale, a ogni regola di gestione e, soprattutto, al buon senso?

 

Confidiamo che il Parlamento sappia ottenere delle risposte adeguate e chiare, giacché “a pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”.

(foto Huffington Post)

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Fonte lookoutnews.it

Roma, 20 maggio 2015