Lettera aperta agli altoatesini: siate italiani non solo per soldi

altoatesiniIl nostro Stato più generoso di Spagna, Inghilterra e Francia

NON ME NE vogliano i miei carissimi amici altoatesini d’origine austrotedesca, che io amo chiamare, com’essi stessi si definiscono, sudtirolesi. Come i lettori sanno, la canzoncina «E la bandiera dei tre colori – l’è sempre stata la più bella» la ritengo, esteticamente parlando, bugiarda e concettualmente antipatica. Da buon toscano autentico, sono e resto un fedele suddito asburgo-lorenese: nel mio cuore sventolano i vessilli bianco-rosso e giallo-nero.

Non amo le bandiere d’origine giacobina, quale appunto è quella verde-bianco-rossa; avrei preferito che quella delicata questione storica che è il Risorgimento si fosse risolta a metà Ottocento grazie a un più oculato e sistematico uso dei fucilieri di Boemia. Quanto alla prima guerra mondiale, ritengo che il posto giusto dell’Italia sarebbe stato a fianco degli imperi centrali, nel rispetto della Triplice Alleanza.

Ciò premesso, cari amici, in quanto cittadini dello stato italiano la bandiera tricolore è il mio come il vostro emblema: quello che rappresenta la nostra identità istituzionale e i nostri diritti. Potete anche non amarlo: ma qui non si tratta né di radici storiche, né di opzioni culturali e tanto meno sentimentali. Il progetto di ricondurre tutti gli Stati allo stato-nazione, per quanto in teoria sia trionfato nel 1918, è immediatamente fallito: e non c’è stato attuale che non abbia ‘minoranze allogene’. Si sono fatti molti tentativi, sempre ingiusti e sbagliati, per correggere questa realtà obiettiva perseguendo progetti forzosi di ‘assimilazione’ o di ‘integrazione’: sono sempre falliti. Voi conoscete meglio di me gli esiti dell’arroganza fascista, che obbligava da voi gli Schneider a scegliere tra i cognomi «Sarti» e «Snaidero», e negava il diritto d’incidere in tedesco le lapidi funerarie. Il risultato fu che molti dei vostri padri e nonni preferirono finire in bocca a Hitler.

EPPURE, cari amici, il vostro statuto di regione autonoma è il più avanzato e generoso d’Europa: ed è anche grazie ad esso se voi abitate in una prospera regione, e disponete di un contributo perfino per i gerani rossi ai vostri balconi di legno. La Spagna è stata molto meno generosa con baschi e catalani; l’Inghilterra ben più dura con scozzesi, irlandesi e gallesi; per non parlare della Francia, la peggiore di tutti con provenzali, bretoni e còrsi.

Per non parlare della Turchia rispetto ad armeni e curdi.

E allora, cari amici, custodite pure fedelmente nel cuore la vostra aquila nera, il vostro vessillo bianco-rosso, la memoria di Andreas Hofer e i ritratti del Kaiser Franz Josef (ne ho uno anch’io, sulla mia scrivania). E magari lottate pure, con i mezzi democratici dei quali disponete, per far sì che un giorno nel quadro dell’Europa unita voi possiate riunirvi alla madrepatria: quel giorno, vi prometto – da quel buon amico di Eva Klotz che sono – che verrò a festeggiare con voi.

MA FINO AD ALLORA, voi siete cittadini dello Stato italiano: che non è un ente né nazionale né culturale, bensì politico e amministrativo. Il presidente della vostra regione è un funzionario dello Stato italiano e ne ha tutti i doveri.

I vostri splendidi atleti, quando trionfano sui campi innevati, lo fanno nel nome del tricolore che rappresenta lo Stato del quale sono cittadini. Uno Stato che, dopo lotte e molti errori, da decenni riconosce pienamente i vostri diritti, la vostra cultura, la vostra autonomia. Voi non amate l’Arco della Vittoria di Bolzano, a me sta bene: ma quello è un segno della storia, e la storia non si cancella (per la stessa ragione noi toscani abbiamo conservato i monumenti dei nostri granduchi asburgo-lorenesi). La leale fedeltà al vostro Stato, che è quello italiano del quale il tricolore è simbolo, è un vostro dovere. Che la vostra Heimat sia il Tirolo, e il vostro Vaterland l’Austria, è vero: ma siete con noi, nostri concittadini, all’interno del Grossvaterland europeo. Ne condividete i doveri, ne avete largamente goduto i vantaggi. Questo, noi non vogliamo e voi non potete dimenticarlo.

22 maggio 2015

(fonte LaNazione)

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