Contro lo Stato islamico mandiamo in guerra soldati vecchi e precari

esercitoLa minaccia islamica è alle porte, non è escluso un intervento militare, ma il nostro esercito è in condizioni preoccupanti

L’esercito del futuro dovrà avere un elevato grado di «utilizzabilità operativa» ed essere formato da giovani pronti al «sacrificio personale». Per metà saranno precari e verranno affiancati da un corpo di riserva nazionale. Il sogno del tempo di pace è svanito. L’Italia è chiamata a una fase nuova.

L’Isis è alle porte, l’Europa chiede a Roma di guidare la prima missione europea contro gli scafisti del Mediterraneo. La Ue attende la risoluzione dell’Onu sull’intervento marino in Libia e ancora non si sa nulla sulle regole d’ingaggio della missione Eunavfor Med, ma intanto gli Stati si preparano alle peggiori ipotesi.

Un intervento complicato e dispendioso è «inevitabile», ammette il ministero della Difesa in un documento ancora poco noto, il Libro Bianco appena pubblicato, in cui vengono tracciate le linee guida delle forze armate di fronte a possibili nuovi e complessi impegni internazionali, nell’area del Mediterraneo. L’Italia, insomma, torna alla guerra, ma l’Italia è pronta per la guerra?

La Difesa perde circa 600 milioni di euro in cinque anni, proprio nel quinquennio in cui deve affrontare il nuovo terrorismo islamico guidato dal Califfato dell’Isis. Rispetto al 2014, il bilancio annuale ha a disposizione 298 milioni di euro in meno. La voce esercizio, ossia il funzionamento della macchina militare, subisce un taglio del 12,9%. Ma se negli ultimi anni l’Italia aveva ridotto ormai a tremila uomini la presenza nelle missioni internazionali, ora il vento sta girando, sebbene proprio in questi giorni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbia scongiurato un intervento militare in Libia.

NONNI E MOSCHETTO

Il coinvolgimento dell’Italia potrebbe essere presto diretto: è dunque necessario, «prevenire l’insorgere di tali situazioni e intervenire opportunamente, in caso d’insuccesso, per contenerle prima che le stesse divengano troppo grandi perché siano affrontate con limitati sacrifici». La prima esigenza è svecchiare le truppe. Ci sono troppi graduati attempati, pochi giovani. La nuova forza giovane dovrà essere numericamente flessibile, idonea «a operare in ambienti difficili, lontano dalle sedi stanziali anche per lunghi periodi e quindi in grado di accettare minori vincoli di natura extra-professionale, essere fisicamente idonea e predisposta al sacrificio personale». Ma se l’Italia andasse ora alla guerra, si troverebbe un esercito molto invecchiato e con risorse economiche ridotte. Abbiamo 175mila uomini tra Esercito, Marina e Aeronautica, un quarto dei quali ha più di quarant’anni e che dunque non è reale forza operativa. Nell’esercito solo il 33,7% degli uomini, uno su tre, ha meno di 30 anni.

UN ESERCITO DI PRECARI

La prima soluzione per sostenere possibili interventi con un portafoglio povero è quella di rendere più precario il ruolo del soldato: il piano della Difesa prevede di arrivare al 50% di militari in servizio permanente e al 50% di turnisti, o precari, con una riduzione del personale a 150mila unità entro il 2026. Ora il rapporto è di 88% di stabili e 12% di turnisti. La domanda che a questo punto ci si pone è: quali famiglie incoraggeranno il figlio a una carriera militare di sacrifici e con una possibilità su due, il 50%, testa o croce, di precariato? «Mi chiedo – commenta con il Giornale il vicepresidente del Cocer dell’Aeronautica (la rappresentanza sindacale militare), il tenente colonnello Guido Bottacchiari – se l’italiano sarà disposto a servire la Patria senza avere una prospettiva di occupazione concreta. Questa gioventù sarà solo italiana oppure, come in altri Paesi, si andrà a reclutare i non italiani in cambio della cittadinanza?». Il precariato nell’esercito potrebbe funzionare se «ci fosse una rete occupazionale ben articolata, come in Francia dove, dopo 19 anni, ti danno una pensione, una buonuscita o una reimmissione nel pubblico impiego. Ma in Italia questo è tutto da costruire».

GIOVANI IN CARRIERA

Eppure, a dieci anni dalla fine della leva obbligatoria, il mestiere del soldato ha attratto i giovani, soprattutto del sud. Nel 2014, 83.308 aspiranti volontari hanno fatto domanda per entrare nelle forze armate. I posti disponibili erano appena 9.498. Il 66,7% delle domande sono arrivate dal Meridione, solo il 13% dal Nord. Ci sono stati poi nel 2014 21.985 giovani che hanno chiesto di essere ammessi alla ferma di quattro anni. I posti erano 2.231: uno su dieci è stato tenuto. Lo stipendio, nella fase iniziale del percorso, non arriva a mille euro al mese. L’obbiettivo è quello di ridurre le spese per il personale, ma bisogna fare i conti con gli scivoli pensionistici degli anziani. Come si può conciliare allora la disponibilità al sacrificio della nuova forza giovane volontaria e semi-precaria con i risparmi?

UN COLPO DI FORBICI

Nella Nota aggiuntiva al bilancio 2015 per il settore della Difesa, il ministero ammette: «Le disponibilità previsionali di bilancio del Dicastero consentono il soddisfacimento limitato delle esigenze a più elevata priorità». I tagli nel settore degli investimenti, da cui sono stati recuperati 200 milioni, comporteranno problemi nel proseguire i programmi militari avviati e un congelamento di quelli in agenda. La riduzione di 173,8 milioni delle spese avrà «probabili riflessi sulla componente operativa, e, quindi, sul rispetto degli standard, richiesti a livello internazionale, di approntamento delle forze».

NOI E GLI ALTRI

Il Libro Bianco definisce «inevitabili» gli impegni rischiosi a breve termine. Ma le risorse economiche non assecondano quest’urgenza, soprattutto se paragonate agli altri Paesi europei. Secondo gli ultimi dati aggiornati al 2013, in Italia la spesa militare pro capite è di 241 euro, contro i 459 della Francia e i 413 della Germania. Eppure, avverte l’ultimo documento, in funzione delle possibili situazioni di crisi, «potrebbero essere richiesti rapidi schieramenti di truppe per affrontare situazioni anche di alta conflittualità».

UN CORPO DI RISERVISTI

Esisteva già una riserva, dotata di professionalità, come supporto all’attività delle forze armate. Ora i riservisti diventeranno una parte importante dell’azione militare italiana, nell’eventualità che «la dimensione quantitativa futura – azzarda il Libro Bianco della Difesa – possa essere non sufficiente in alcune situazioni operative». È questa un’altra novità prospettata nei piani delle nuove guerre. Ai riservisti sarà richiesto un buon grado di specializzazione soprattutto in alcuni settori come medicina, scienze infermieristiche, ingegneria e comunicazione. Ma dovranno avere anche una capacità di mobilitazione per fronteggiare eventuali emergenze di ampia portata.

GUERRA AGLI SCAFISTI

L’Italia guiderà la missione europea Eunavfor Med contro i trafficanti di uomini. La forza militare più coinvolta sarà la Marina con le navi anfibie, si parla anche della «nave spia» Elettra. In Libia potrebbero essere inviati oltre mille incursori. Il corpo d’élite del Comsubin (comando subacquei e incursori) di La Spezia, già mobilitato in questi mesi con l’esercitazione Mare Sicuro, potrebbe essere il primo chiamato alla guerra, seppur in forma di sabotaggio delle imbarcazioni cariche di migranti. L’Italia sarà in grado di unire l’Europa, che bisticcia pure sulle quote migranti, almeno in campo militare?

DRONE EUROPEO SOLO NEL 2025

A causa dei tagli (352 milioni), una cinquantina di programmi previsti non potranno probabilmente essere finanziati, anche se sono confermati, invece, 2 miliardi e 800 milioni dal ministero dello Sviluppo economico e l’acquisizione di 28 cacciabombardieri F35 entro il 2020. Difficilmente l’Italia e l’Europa riusciranno a fare a meno degli Usa per l’utilizzo di droni armati. L’Italia ha firmato con Francia e Germania un accordo per lo studio di un drone europeo Male. Serve uno studio di due anni e non si arriverà a conclusione prima del 2025. L’Italia deve ancora definire con gli Stati Uniti l’armamento dei sei droni Predator B, comunque difficilmente operativi prima di un anno. Per ora la guerra europea in autonomia dall’America è alle incerte battute iniziali.

25 maggio 2015

IlGiornale

ER

One thought on “Contro lo Stato islamico mandiamo in guerra soldati vecchi e precari

  1. Buona sera io sono un ex alpino della brigata Taurinense,congedato nell’aprile 2002,ho fatto domanda come riservista ma purtroppo non sono mai stato chiamato,io spero che mi chiamino per servire ancora una volta il mio paese come ho fatto in missione in kosovo,questo e’ quanto grazie

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